L’approvazione alla Camera dei Deputati del Ddl delega in materia di professioni sanitarie ha acceso uno scontro politico tra maggioranza e opposizione. Il provvedimento, licenziato con 143 voti favorevoli, 113 contrari e 3 astenuti, si sposta ora all’esame del Senato. Al centro della contesa c’è una misura specifica: la possibilità di riammissione all’Albo professionale per i sanitari sospesi o radiati a causa del rifiuto del vaccino anti-Covid durante la fase più acuta della pandemia. La norma ha spaccato il dibattito pubblico, sollevando reazioni contraffatte tra le forze politiche e i rappresentanti del settore.
Da Forza Italia, il deputato Ugo Cappellacci ha voluto sgombrare il campo da equivoci, ribadendo che la posizione del partito resta saldamente ancorata alla scienza, ai vaccini e alla sicurezza dei pazienti. Pur aprendo a una riflessione equa sulle enormi difficoltà vissute dal personale in un momento di emergenza eccezionale, Cappellacci ha sottolineato la necessità di una valutazione rigorosa da parte degli Ordini professionali, affinché vengano distinti i contesti di crisi dalle condotte apertamente contrarie alla deontologia e al metodo scientifico. Di tenore decisamente critico è stata invece la reazione del Partito Democratico. La senatrice Tatjana Rojc ha definito il testo uscito da Montecitorio un «errore gravissimo», auspicando un intervento correttivo da parte del Senato per riportare la legislazione in linea con il rispetto dei doveri professionali e la memoria delle vittime del Covid, richiamando anche le parole del Capo dello Stato sul valore salvavita della ricerca scientifica.
Sul fronte istituzionale, Massimo Fabi, assessore alla Salute dell’Emilia-Romagna e coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, ha preso atto dell’iter normativo ricordando tuttavia che per chi opera nella sanità il riferimento alle evidenze scientifiche e al giuramento di Ippocrate resta un pilastro inderogabile e imprescindibile per la tutela della salute collettiva.
