«I genitori di Giulio Regeni hanno lottato a mani nude contro il regime egiziano. Noi vogliamo solo che venga scritta la verità». Nell’aula bunker di Rebibbia, l’avvocata Alessandra Ballerini prende la parola il giorno dopo la richiesta di ergastolo per i quattro agenti dei servizi segreti egiziani, accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore friulano nel 2016 al Cairo.
La legale della parte civile delinea il profilo della vittima prima ancora delle carte giudiziarie: «Giulio era un ricercatore, non una spia né un cospiratore. Non se l’è andata a cercare». Un danno collettivo per l’intera nazione. In aula, al fianco di Claudio, Paola e Irene Regeni, è presente anche la segretaria del Pd Elly Schlein, che sottolinea l’importanza del lavoro della Procura e del “popolo giallo”, denunciando i continui depistaggi dell’Egitto.
Ballerini ripercorre dieci anni di «tormenti, persecuzioni e minacce», citando Primo Levi per ribadire che, se comprendere è impossibile, «conoscere è necessario». Smonta poi la retorica sulla presunta collaborazione del Cairo, smentita dallo stesso procuratore capo Francesco Lo Voi, contrariamente a quanto sostenuto da esponenti del governo. Anche la Presidenza del Consiglio, tramite l’Avvocatura dello Stato, ha chiesto un risarcimento di due milioni di euro contro gli 007 egiziani, definendo il delitto un attacco ai diritti costituzionali dei cittadini italiani. Il processo è alle battute finali: «La corte trasformi ora la sofferenza in giustizia».
