Si era presentato al mondo, l’8 maggio del 2025, con un breve discorso, scritto e preparato in anticipo. Una «prima volta» per un neo pontefice, visto che i più recenti avevano scelto poche parole a braccio, mentre in passato ci si limitava a benedire il popolo dalla loggia. Tra le sue prime parole c’era quella «pace disarmata e disarmante» che è poi diventato il filo rosso di discorsi, gesti, incontri, viaggi di questo primo anno di pontificato. Robert Francis Prevost un anno fa arrivava sul soglio di Pietro. Una elezione però non del tutto a sorpresa, considerato che il cardinale Prevost era stato chiamato in Curia da Bergoglio due anni prima per gestire il delicato Dicastero dei vescovi. Era conosciuto dunque da tutti e incarnava quella figura che poteva portare l’unità nella Chiesa e proseguire il lavoro di «ricucitura», avviata dal predecessore, del mondo ridotto in pezzi dalle guerre.
Prevost, primo Papa nato negli Stati Uniti, ma anche primo Pontefice con una esperienza da missionario e, ancora, primo agostiniano, scelse l’impegnativo nome di Leone XIV, per rendere omaggio a Leone XIII, il «papa sociale» che si occupò di lavoro, diritti, economia. Un discorso da rimettere in cima all’agenda non solo perché permangono profonde disparità nelle società ma anche perché l’avvento dell’intelligenza artificiale, alla quale Leone dovrebbe dedicare la sua prossima enciclica, rischiando di essere un vulnus nella tutela della dignità.
La pace è stata senza dubbio la preoccupazione principale. Tanti gli incontri in questi dodici mesi, ma soprattutto sono stati continui i colloqui telefonici con i leader della terra, dal presidenti russo Vladimir Putin e ucraino Voldymyr Zelensky, ai leader israeliani, Benjamin Netanyahu e Isaac Herzog. Molto più complessi invece i rapporti con il presidente Usa Donald Trump. Leone XIV ha preso in eredità il Giubileo della speranza, con una miriade di incontri nei quali ha iniziato a farsi conoscere dai fedeli. Il primo bagno di folla è stato proprio al Giubileo dei Giovani con un milione di ragazzi arrivati da tutto il mondo a Tor Vergata per pregare con un Papa che molti di loro non conoscevano. Prevost ha anche ripristinato vecchi segni del pontificato che erano stati archiviati negli anni di Bergoglio: dal ritorno al palazzo apostolico al ripristino di alcuni elementi formali dell’abbigliamento, come la mozzetta, e la riscoperta la residenza papale di Castel Gandolfo.
Ma su temi e questioni, Leone XIV sembra cercare una maggiore armonia tra le tante anime della Chiesa. E così ha lasciato aperta la porta ai movimenti popolari e allo stesso tempo ha riaccolto in basilica i tradizionalisti, solo per fare un paio di esempi. Anche sulla carità c’è stato un cambio di passo ma sempre con l’attenzione agli ultimi: al lavoro dell’Elemosineria (dove c’è stato un avvicendamento tra il card. Konrad Krajewski e un suo fedelissimo confratello agostiniano, mons. Luis Marín de San Martín) si affianca il rafforzamento delle relazioni con i grandi donatori, quelli che alla fine possono fare la differenza, come la ricca e potente Papal Foundation, anch’essa di matrice statunitense, e che ha visto aumentare i donatori con il nuovo Papa.










