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La dolce vita che ci presenta il conto, Mokyr (Nobel per l’Economia): «Europa vittima del suo benessere» – L’INTERVISTA

Dal Festival dell’Economia di Torino, avverte: «Burocrazia frena dinamismo» e «chi sa di non poter essere licenziato ha meno incentivi a impegnarsi»

La dolce vita che ci presenta il conto, Mokyr (Nobel per l’Economia): «Europa vittima del suo benessere» – L’INTERVISTA
Joel Mokyr, premio Nobel per l’Economia 2025

«L’Europa è vittima del proprio successo». È il paradosso da cui parte Joel Mokyr, premio Nobel per l’Economia 2025, per spiegare la crisi europea. Viviamo meglio e lavoriamo meno, ma rischiamo di non poter sostenere questo benessere. Storico dell’economia e del progresso, Mokyr non offre soluzioni consolatorie: più investimenti, meno burocrazia, una diversa organizzazione del lavoro. E l’intelligenza artificiale, che potrebbe aiutare le piccole imprese. Lo abbiamo incontrato al Festival Internazionale dell’Economia a Torino.

Professore, perché alcune società prosperano e altre si fermano? Che cosa impedisce alle imprese italiane di crescere?

«Credo che quanto accade in Italia riguardi buona parte dell’Europa, dalla Germania ai Paesi Bassi. Questi Paesi sono vittime del proprio successo. Hanno redditi elevati, una distribuzione relativamente equilibrata e una buona qualità della vita. Chi vive bene vuole godersi i risultati del lavoro. Preferisce dedicare tempo ai viaggi, ai ristoranti e al calcio, invece di lavorare incessantemente».

È il benessere, secondo lei, a rallentare la crescita?

«Adam Smith spiegava già trecento anni fa che si lavora e si produce per consumare. Si può lavorare, risparmiare e investire molto, ma si rischia di arricchire i posteri senza godersi la vita. Nella Gran Bretagna dell’Ottocento la Rivoluzione industriale non aumentò subito consumi e tenore di vita. Perché rinunciare oggi ai piaceri della vita affinché i nostri nipoti siano più ricchi? Un comico si domandò: che cosa hanno mai fatto i posteri per noi? In qualche modo, è questa la condizione europea».

Ma questo equilibrio può durare?

«Sarebbe persino positivo, se non ci fossero tre grandi minacce: il cambiamento climatico, la Russia e l’invecchiamento demografico, che rende insostenibile lo Stato sociale. L’Europa dovrà tornare a crescere. Potrebbe significare lavorare di più: la settimana di quattro giorni potrebbe non diventare realtà, potremmo dover andare in pensione più tardi, forse lavorare fino a settant’anni, e pagare più tasse per finanziare gli investimenti infrastrutturali. Gli europei vivono bene. La crescita lenta non dipende soltanto dalla rigidità delle istituzioni, benché in diversi Paesi e a Bruxelles la burocrazia ostacoli il dinamismo economico».

Molti imprenditori denunciano un eccesso di burocrazia. Per tornare competitiva, l’Europa ha bisogno di investimenti pubblici o di più libertà per le imprese?

«Credo serviranno soprattutto investimenti pubblici, accompagnati da una forte semplificazione. Spero che l’intelligenza artificiale aiuti a eliminare i passaggi amministrativi che rallentano l’apertura di un’impresa, la costruzione di edifici o di centri dati. Bisogna accelerare le autorizzazioni e ridurre le regolamentazioni nazionali ed europee. C’è poi la legislazione sul lavoro. Una differenza tra Europa e Stati Uniti è che in Europa è molto difficile licenziare un lavoratore inefficiente. Se un dipendente sa di non poter essere licenziato, ha meno incentivi a impegnarsi. Negli Stati Uniti la maggior parte dei lavoratori non ha protezioni paragonabili. Io stesso, da professore universitario di ruolo, appartengo a una categoria ristretta che ha un posto di lavoro sicuro; la mia segretaria non ha le stesse garanzie. Naturalmente esiste un compromesso: chi è sicuro di conservare il lavoro vive meglio e va a dormire senza il timore di essere licenziato. Ma questa sicurezza ha un prezzo in termini di dinamismo economico. L’Europa dovrà affrontare queste scelte, per le minacce di cui parlavo».

Quale teme di più?

«La più grave, secondo me, è il cambiamento climatico. L’Europa rischia conseguenze pesanti e ogni soluzione richiederà investimenti enormi. Per finanziarli servono risorse, dunque crescita. Potremmo dover lavorare più a lungo, entrare prima nel mercato del lavoro e formarci per professioni necessarie alla produzione. Forse serviranno meno burocrati e più idraulici, elettricisti e lavoratori dell’edilizia».

L’intelligenza artificiale aiuterà le piccole e medie imprese italiane o rafforzerà soprattutto i grandi gruppi?

«Nessuno lo sa con certezza. Le aziende che producono l’intelligenza artificiale dovranno essere grandi: pensiamo a Meta o Nvidia, le infrastrutture richiedono investimenti enormi. Ma chi la utilizza potrebbe vedere l’effetto opposto. Le piccole e medie imprese potrebbero trarne vantaggio perché si ridurranno le economie di scala nell’accesso alla conoscenza. Se tutti usiamo lo stesso sistema, essere grandi non garantisce un vantaggio».

Si spieghi.

«È un po’ quello che accadde con l’elettricità centocinquant’anni fa. Prima un’impresa doveva comprare una costosa macchina a vapore per avere energia; con l’elettricità è bastato collegarsi alla rete e pagare il consumo. L’IA potrebbe avere un effetto simile. Ma in cima resteranno grandi aziende che possiedono algoritmi e centri dati, dove le economie di scala contano molto. Potrebbe essere questo il mondo produttivo fra vent’anni».

Lei ha mostrato quanto cultura e conoscenza contino per il progresso. Che cosa dovrebbe insegnare la scuola ai giovani innovatori?

«Non lo so. Sono un insegnante e mi chiedo che cosa dovremmo insegnare oggi. L’IA potrebbe cambiare sia i contenuti sia il modo in cui insegniamo. Su quest’ultimo aspetto sono più ottimista: personalizzando l’apprendimento, insegneremo meglio. Più difficile scegliere che cosa insegnare. Forse dovremmo ripartire da Dante, Omero e tutti i grandi classici. E ricominciare da lì».