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Mamma e figlia avvelenate dalla ricina, chieste altre analisi dei cellulari

Mamma e figlia avvelenate dalla ricina, chieste altre analisi dei cellulari
Foto: Ansa

Perché Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita avrebbero dovuto cercare online informazioni su come procurarsi la ricina, il veleno che le ha uccise? E perché mai avrebbero dovuto parlarne in chat o sui social proprio nei giorni in cui, tra ricoveri e dimissioni dall’ospedale di Campobasso, nessuno sospettava che il loro malessere fosse causato da quella sostanza? È questo uno dei punti su cui la Procura di Larino vuole fare piena luce nell’inchiesta sulla morte delle due donne, avvelenate da ricina individuata nel sangue solo tre mesi dopo, grazie alle analisi effettuate nel laboratorio di Pavia.

La procuratrice Elvira Antonelli ha disposto per venerdì una nuova estrazione forense dei dispositivi sequestrati nella casa della famiglia Di Vita a Pietracatella, ancora sotto sequestro. Si tratta di sette apparecchi tra cellulari, tablet, computer e router wifi, già acquisiti dagli investigatori nelle scorse settimane.

Nel decreto, il magistrato chiede ai tecnici della polizia scientifica di verificare eventuali ricerche online riconducibili alle vittime e di «estrapolare dati utili per accertare rapporti, relazioni e legami correlabili alle navigazioni internet dirette a procurarsi ricina». Viene inoltre richiesto di individuare chat WhatsApp o conversazioni sui social «inerenti alla patologia da ricina affrontata in casa e in ospedale tra il 25 e il 28 dicembre», periodo in cui madre e figlia fecero avanti e indietro dal nosocomio.

Richieste che appaiono singolari, perché in quei giorni nessuno in famiglia avrebbe saputo dell’avvelenamento e non risulterebbe che ai medici sia mai stato fatto cenno alla ricina. A differenza del cellulare di Alice, sorella maggiore già analizzato con un perimetro temporale limitato agli ultimi quattro mesi, questa volta la Procura chiede di ricostruire l’attività digitale “dal primo giorno di accensione fino ad oggi”, ampliando così enormemente l’arco di osservazione.