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L’Unione europea conta i danni della guerra: «La crisi energetica ci costa 500 milioni al giorno»

Il contatore scorre da otto settimane e non concede tregua. Segna una cifra tonda: mezzo miliardo di euro al giorno. Il costo della fiammata energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, nel monito di Ursula von der Leyen, rischia di lasciare cicatrici profonde sull'economia continentale «per mesi, se…
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Il contatore scorre da otto settimane e non concede tregua. Segna una cifra tonda: mezzo miliardo di euro al giorno. Il costo della fiammata energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, nel monito di Ursula von der Leyen, rischia di lasciare cicatrici profonde sull’economia continentale «per mesi, se non anni».

La «dura realtà»

A Strasburgo, poco prima di varare la nuova cornice sugli aiuti di Stato, la presidente ha illustrato agli eurodeputati le cifre di una «dura realtà». In appena due mesi, la spesa dell’Ue per l’import di combustibili fossili è cresciuta di oltre 27 miliardi, rendendo ancora più urgente «accelerare sulle rinnovabili» e «tagliare la dipendenza». I fondi disponibili – circa 95 miliardi ancora sul tavolo dei 300 stanziati per l’energia – «vanno usati», ha insistito la tedesca, rilanciando la linea già indicata ai leader a Cipro.

Non senza una nota di ironia che tradisce il cortocircuito: «So di parlare alla platea sbagliata», ha detto con un sorriso, consapevole che a decidere sono i Paesi.

Dove però il riflesso è quello dell’emergenza e le pressioni sull’Ue si moltiplicano: dallo scorporo delle spese energetiche dal Patto di stabilità invocato da Giorgia Meloni e Pedro Sanchez, a una tassa comune sugli extraprofitti delle grandi compagnie, con Parigi che ha già invitato TotalEnergies a redistribuirli «in un modo o nell’altro».

Le misure

Davanti a una crisi che ha spinto il petrolio oltre il +50% e il gas fino all’85%, con ricadute a cascata su fertilizzanti (+61%) e diesel (+21%), Bruxelles è tornata a impugnare la leva – ormai strutturale – degli aiuti di Stato. Il nuovo quadro temporaneo, atteso da settimane, estende il margine d’azione dei governi, consentendo – fino al 31 dicembre 2026 – di coprire fino al 70% dei costi extra legati a caro energia, carburanti e input agricoli. Una soglia elevata che restituisce la gravità del momento e indirizza il sostegno verso i comparti più esposti – agricoltura, pesca, trasporti e industrie energivore – dove, ha osservato la responsabile dell’antitrust Ue, Teresa Ribera, «questi aiuti possono fare la differenza tra sopravvivere o chiudere». Ma sotto la superficie della risposta comune riaffiora il rischio di asimmetrie, con i Paesi dotati di maggiore spazio di bilancio – Germania in testa, alle prese con il ritorno dell’inflazione al 2,9% ad aprile – meglio equipaggiati per sostenere le proprie aziende. Per questo Bruxelles non può far altro che insistere sulla disciplina: qualsiasi tipo di intervento dev’essere «mirato», ha ammonito von der Leyen, invitando i Ventisette a «non ripetere l’errore» della scorsa crisi, quando oltre 350 miliardi si dispersero in misure generalizzate, appesantendo i conti pubblici senza proteggere davvero i più vulnerabili.

L’equilibrio su cui si muove l’Europa prevede di sostenere l’economia senza riaccendere la domanda di gas e petrolio. «Non vogliamo aumentare il consumo di gas», ha evidenziato Ribera, tracciando il perimetro entro cui si muovono – e si scontrano – le pressioni nazionali. L’Italia, con il dl bollette, ha avanzato l’ipotesi di interventi compensativi sul prezzo dell’elettricità prodotta da gas, ancora al vaglio dell’Ue.

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