Dalle macerie di una dolorosa notte europea alla gloria del tricolore cucito sul petto. L’Inter chiude la pratica Scudetto battendo il Parma per 2-0 e porta a compimento un’impresa sportiva che, solo pochi mesi fa, sembrava un miraggio. Quella guidata da Cristian Chivu è stata una cavalcata meno spettacolare di altre, forse, ma profondamente significativa: non una marcia trionfale dall’inizio alla fine, ma la lenta e inesorabile ricostruzione di un gruppo che ha saputo guardarsi in faccia nel momento più buio.
L’estate dei veleni e lo sfogo del Capitano
Tutto nasce il 31 maggio 2025. La sconfitta in finale di Champions League contro il PSG sembra segnare la fine di un ciclo, sancita dall’addio di Simone Inzaghi (volato in Arabia Saudita). La società decide di scommettere su Chivu, ma l’estate è da incubo. Al Mondiale per Club la squadra naufraga: l’eliminazione contro il Fluminense fa esplodere le tensioni interne. Lautaro Martinez, a caldo, sferra un attacco frontale ai compagni (e in particolare ad Hakan Calhanoglu): «Chi non vuole restare se ne deve andare. Ho visto cose che non mi sono piaciute». Una frattura che sembrava insanabile e che, invece, ha fatto da spartiacque. Dopo le vacanze, il gruppo si è ricompattato.
La svolta e la fuga in campionato
L’avvio in Serie A è balbettante: due sconfitte nelle prime tre giornate alimentano lo scetticismo. Ma l’Inter ritrova identità in Europa (battendo Ajax e Slavia Praga) e inizia la risalita. Il vero turning point arriva, paradossalmente, con una sconfitta: il ko contro il Napoli all’ottava giornata, tra mille polemiche, diventa il carburante per la svolta. All’undicesima giornata i nerazzurri si prendono la vetta e non la lasciano più, inanellando un ruolino di marcia impressionante: 14 vittorie in 15 partite tra novembre e febbraio, staccando inesorabilmente Napoli e Milan (che pure si era aggiudicato il derby).
La resilienza e il trionfo
La vera forza della squadra di Chivu è stata la capacità di assorbire i colpi: non si è disunita dopo la Supercoppa persa ai rigori col Bologna a dicembre, né dopo la cocente eliminazione ai playoff di Champions League contro il Bodo/Glimt a febbraio. La frustrazione europea è stata riversata in campionato, trovando il suo manifesto programmatico nella clamorosa rimonta di Como alla 32esima giornata (da 2-0 a 3-4).
Il resto è stato un progressivo allungo fino alla festa di stasera. È il primo trofeo dell’era Oaktree, il terzo dell’era Marotta (che festeggia la personale “stella” di 10 scudetti vinti da dirigente), e il terzo campionato vinto dallo zoccolo duro formato da Barella, Bastoni e capitan Lautaro. L’Inter ha cambiato pelle, ed è tornata a vincere.









