In Iran «non c’è più nulla da colpire», per questo «la guerra finirà presto». Donald Trump prova a rassicurare gli Stati Uniti e il mondo di essere in totale controllo della crisi in Medio Oriente sostenendo che il conflitto cesserà quando lui lo vorrà e promettendo, al contempo, che le navi nello stretto di Hormuz saranno protette da qualsiasi minaccia provenga da Teheran.
La provocazione di Donald
Le dichiarazioni del presidente, tuttavia, non bastano a placare la base Maga, sempre più insofferente per una guerra che non rientra nell’agenda «America First» e sta costando già molto agli Stati Uniti, a livello umano ma anche economico.
«Non c’è praticamente più niente da bombardare, la guerra con l’Iran finirà presto», ha dichiarato il presidente americano in un’intervista telefonica con Axios rivendicando, ancora una volta, che il conflitto «sta andando alla grande» e che «quando voglio che finisca, finirà».
«Siamo molto in anticipo sui tempi previsti. Abbiamo causato più danni di quanto pensassimo possibile, anche nel periodo iniziale di sei settimane», ha sottolineato. Il punto, però, è che lo stesso Trump qualche giorno fa aveva avvertito che l’operazione «Epic fury» sarebbe terminata solo in cambio di una resa incondizionata da parte di Teheran.
Una circostanza che sembra ancora piuttosto lontana con le forze iraniane che continuano a sferrare i loro attacchi. Quanto ai timori di mine nello stretto di Hormuz, Trump ha assicurato che non ce ne sono. «Non credo le abbiano piazzate», ha detto promettendo che «ci sarà un’enorme sicurezza» nello stretto.
«Abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte. Abbiamo messo fuori uso la loro marina, la loro aeronautica e tutti i loro sistemi di difesa aerea», ha aggiunto.
Il malcontento negli Usa
Sta di fatto che il protrarsi della guerra sta innervosendo il suo popolo e anche una parte del partito repubblicano. A farne le spese, per ora, è il senatore repubblicano Lindsey Graham, stretto alleato di Trump e da tempo forte sostenitore dell’attacco all’Iran. In diverse interventi in tv il senatore della South Carolina ha chiesto all’amministrazione un pugno ancora più duro contro Teheran e poi di passare ad occuparsi di Cuba. Parole che hanno sollevato irritazione e, se fra le fila democratiche si è alzato un coro di polemiche, un forte malumore ha iniziato a serpeggiare anche fra i repubblicani.
Molti nel Grand old party gli hanno chiesto di abbassare i toni e di non instillare il timore di un dispiegamento di truppe in Iran. Altri, nel mondo Maga, lo hanno definito un «pazzo» e hanno espresso preoccupazione perché «Trump lo ascolta». Intanto Forbes ha stimato in «almeno quasi un miliardo di dollari al giorno» il costo del conflitto in corso in Medio Oriente per i contribuenti americani










