Il Festival a volte smette di essere solo uno show televisivo e diventa un passaggio di testimone. Ieri sera al Teatro Ariston quel passaggio è andato in scena con una chiarezza quasi cinematografica: da una parte la storia, dall’altra il futuro. In mezzo, un presente che applaude e si specchia. Quando Giulio Rapetti Mogol è salito sul palco per ricevere il premio alla carriera, l’Ariston si è alzato in piedi con un moto istintivo, quasi affettuoso. Non era nostalgia ma gratitudine. «Ho depositato 1776 canzoni alla Siae e venduto 523 milioni di dischi nel mondo, anche se non ci crede nessuno», ha detto con quell’ironia elegante di chi sa sdrammatizzare perfino la leggenda.
Sullo schermo scorrevano titoli che non sono soltanto hit, ma pezzi di educazione sentimentale del Bel Paese: Un’avventura, La prima cosa bella, La spada nel cuore, L’emozione non ha voce. Canzoni che hanno insegnato a generazioni intere a nominare l’amore, la perdita, la speranza. A introdurlo è stato Carlo Conti, che lo ha definito senza esitazioni «la storia della musica italiana». Oltre al premio alla carriera, anche una targa simbolica per Precipito! — la sua prima canzone depositata nel 1960 — e una casacca da cuoco con lo scudetto della Cucina italiana Patrimonio Unesco, omaggio al brano Vai Italia. Un tocco pop, quasi ironico, che in controluce racconta la capacità di Mogol di restare contemporaneo senza mai inseguire il tempo.
Quando Conti gli ha chiesto quale fosse la sua canzone del cuore, la risposta è arrivata come una carezza: Dormi amore, scritta con Gianni Bella e interpretata da Adriano Celentano nel 2007. «L’ho dedicata a mia moglie», ha spiegato. È una canzone che parla di ciò che sopravvive, anche quando tutto sembra finire. In quell’istante il Festival si è fatto intimo, quasi domestico. E l’Ariston, per un attimo, è sembrato un salotto pieno di memoria.
Il grido del presente
Ma Sanremo è anche adrenalina nuova, sguardi che cercano la camera, nomi che fino a ieri erano promesse e oggi sono titoli. Tra le Nuove Proposte a vincere è stato Filippucci con Laguna, brano che ha convinto pubblico e giurie – televoto, sala stampa e radio – imponendosi come rivelazione di questa edizione. Una vittoria costruita su un’identità precisa e su un’esibizione capace di fondere fragilità e sicurezza, malinconia e controllo. Ad Angelica Bove, in gara con Mattone, sono andati invece il Premio della Critica Mia Martini e quello della Sala Stampa Lucio Dalla. Due riconoscimenti che non fanno rumore, ma restano. Se la classifica incorona, la critica individua un percorso. E Bove lascia l’Ariston con una credibilità già adulta, pronta a trasformarsi in storia.
La notte delle cover
È questo il miracolo del Festival: far convivere il maestro che ha scritto la colonna sonora del Paese e chi prova, tremando un po’, a scriverne una nuova. Passato e presente non si scontrano, si osservano. E si riconoscono. Stasera toccherà ai Big nella serata delle cover, tradizionalmente la più spettacolare e imprevedibile. Trenta artisti rileggeranno brani del repertorio italiano e internazionale, intrecciando duetti e alleanze inattese. È la notte in cui le canzoni cambiano abito e trovano un’altra luce, quella del confronto. Dopo aver celebrato la memoria e premiato il talento che nasce, l’Ariston si prepara così a un nuovo corto circuito emotivo. Perché a Sanremo il tempo non scorre mai in linea retta: ritorna, si trasforma, si mette in musica. E ogni volta sembra nuovo.










