Dodi Battaglia prova a entrare nella call, ma la linea va e viene. È in viaggio, in mezzo all’Appennino. «Già il fatto di essere vivo dopo mezz’ora in galleria è un segnale positivo», scherza. Gli altri invece sono comodi nei salotti di casa. Roby Facchinetti, custode della leggenda fin dai suoi inizi, parla piano, senza avere fretta di arrivare alla fine di un racconto. Red Canzian conserva l’eleganza un po’ malinconica del dandy: ascolta, sorride appena, e quando riaffiorano certi ricordi gli si accende ancora lo sguardo, come se una parte di quei viaggi non fosse finita mai. Riccardo Fogli scherza spesso, la sua felicità è contagiosa, ma quando il discorso scivola sul passato il suo sguardo cambia. Intanto Dodi sta tornando da un liutaio toscano che gli ha appena perfezionato due nuove chitarre – l’intervista con lui verrà recuperata a parte. Ma anche questo piccolo incidente sembra un abito di scena cucito su misura per i Pooh: chilometri, strade, teatri, imprevisti, ostinazione. Sessant’anni dopo, alle porte di un tour monumentale, la storia continua.
Roby, ogni grande storia comincia senza sapere di essere grande. Se chiude gli occhi e torna al 1966, qual è la prima fotografia dei Pooh che le viene in mente?
«Quella di ragazzi pieni di grandi speranze, con una voglia enorme di fare qualcosa con la musica. Sapevamo che non sarebbe stato facile: nascevano migliaia di gruppi tutti i giorni, gruppi che si scioglievano, litigavano, musicisti che passavano da una band all’altra. Succedeva di tutto. Però era eccitante proprio per questo: era tutto nuovo, tutto da inventare, da fare, da capire. È stata un’esperienza formativa irripetibile. Credo che una cosa così, nella musica, non tornerà mai più».
Che giovane è stato lei?
«Un giovane con una spinta enorme dentro. Avevo il sogno di diventare qualcosa, ma anche la consapevolezza che fosse difficilissimo. L’obiettivo era arrivare primi in classifica, trovare il brano giusto, raggiungere il grande pubblico e poi riuscire a restarci. All’epoca le band di successo duravano tre, cinque anni. Figurarsi pensare a sessant’anni».
Dodi, lei entra nei Pooh quando il gruppo ha appena inciso Piccola Katy. Quando capisce che quella band le avrebbe chiesto molto più del semplice talento?
«Quando sono entrato, Piccola Katy era già un successo. Per me fu una bella botta, come si dice. Avrei potuto rimanere in quella zona di comfort fino all’età che ho adesso, ma io ero ostinato, avevo voglia di fare cose belle. Suonavo da quando avevo cinque anni e pensai che quella era la mia grande occasione: trasformare una passione in una professione. E poi volevo portare avanti un certo modo di fare il chitarrista. In quel periodo nei dischi si sentivano spesso tre note in croce, non c’era ancora l’approccio che poi si è sviluppato. Così ho continuato a studiare. Il talento aiuta fino a un certo punto: poi devi stare con la testa sui libri, con la chitarra appoggiata sul letto appena hai un momento libero, se vuoi diventare un professionista».
Red, lei i Pooh li ha guardati prima da fuori. Che cosa vide allora in quei ragazzi?
«Percepivo l’immagine che aveva il pubblico: una band di successo, bravi, perbene, puliti. Ma non immaginavo di trovare la forza musicale e compositiva che ho trovato entrando. Io sono arrivato nel 1973 e il primo lavoro che abbiamo fatto insieme è stato Parsifal: un treno di creatività. Non pensavo che la nostra storia sarebbe durata così tanto. Quando facemmo la foto della copertina di Tv, Sorrisi e Canzoni per festeggiare i dieci anni dei Pooh eravamo già stupiti di essere arrivati fin lì. Non avevamo neanche preparato una torta vera: la facemmo di cartone con sopra la schiuma da barba, in Piazza San Marco, insieme a Rosanna Mani. Quelle foto raccontano bene lo spirito con cui vivevamo tutto questo. Ma la fortuna reale è stata voler stare dentro lo stesso sogno. Non è facile che quattro persone – cinque, con Valerio (Negrini, ndr) – riescano a sentirsi a casa dentro la stessa idea, dentro la stessa direzione. Noi invece ci siamo riusciti. E allora dobbiamo ringraziare la vita che ci ha fatto incontrare, la musica che ci ha regalato una buona vita e il pubblico che ci ha accompagnati per tutti questi anni».
Riccardo, prima che la sua uscita diventasse una pagina romanzesca, lei era un ragazzo dentro una storia che correva velocissima.
«Io stavo benissimo con i fratelli Pooh, ero felicissimo, mi divertivo tanto. Suonavamo sempre, viaggiavamo sempre. Salivamo sul camioncino e guidavamo a turno: Facchinetti era il fratellone perché aveva la patente, io avevo il foglio rosa. Quando ci fermava la polizia, scivolavamo uno sotto l’altro e lui tornava al volante. Ricordo momenti di una gioia infinita. Non desideravo altro che continuare a vivere quei momenti. Sono stato molto felice con loro. E sono felice adesso. Anche dopo, in realtà, sono stato felice, ma soffrendo molto: allontanarsi da questi qui non è facile. Mi sono mancati molto quando non c’erano».
Oggi rifarebbe la scelta di lasciare il gruppo?
«Se sono andato via ci sarà stato qualche motivo, ma non è questa l’intervista in cui parlarne. Questa è un’intervista tenera e io voglio rimanere sul tenero. Nessuna polemica. Voglio parlare della felicità di essere con i miei fratelli, delle emozioni che mi danno, della fiducia, della gioia di vedere ventimila persone che cantano le canzoni dei Pooh e ci dicono bravi, grazie, arrivederci. Questo voglio che rimanga».
Roby, in questi sessant’anni una figura centrale è Valerio Negrini. Che cosa è stato per voi?
«Valerio è stato il fondatore dei Pooh. Anche solo per questa ragione, senza di lui non saremmo qui. Ha inventato un linguaggio, un modo di scrivere poetico assolutamente personale. Ha arricchito le nostre melodie con le sue parole. Lui ha scritto di tutto: non c’è un argomento che non abbia sfiorato o approfondito. Ha parlato soprattutto d’amore, certo, ma ogni volta trovava parole diverse, una forma poetica diversa. Uno che scrive “Dio delle città e dell’immensità, se è vero che ci sei” lascia qualcosa nella storia della musica italiana».
Che uomo era?
«A chi non lo conosceva poteva sembrare schivo, magari di poche parole. Ma quando si apriva e ti faceva entrare nel suo mondo, trovavi un uomo di grandissima cultura. Potevi parlare con lui di qualsiasi cosa, non in modo superficiale. Parlava dallo spillo all’elefante, e sempre con profondità. Anche grazie a quella cultura ha saputo scrivere quello che ha scritto».
Dodi, che rapporto aveva lei con Negrini?
«Valerio non era mio fratello: era parte di me. Lui era di Bologna e, quando poi entrarono Riccardo Fogli e Roby Facchinetti, rimase l’unico bolognese del gruppo. Alla fine delle tournée, quando tornavamo a Bologna, durante la settimana andavamo al cinema insieme, uscivamo con le ragazze, vivevamo tante esperienze. Era un’amicizia fraterna. Lui abitava nel palazzo davanti al quale passo ogni giorno andando in palestra. Ogni volta il mio pensiero va a Valerio, alla bellezza di quella persona, alla sua umiltà, alla grandezza dei suoi sentimenti».
Tra i tanti capolavori usciti dalla penna di Negrini c’è Ci penserò domani.
Roby Facchinetti: «La musica è di Dodi, e il testo di Valerio non è un testo: è un cortometraggio. Vedi la scena. Lei sale le scale, vestita in un certo modo, bussa alla porta, lui apre, lei piange, fuori piove. Si capisce che lui è follemente innamorato di questa donna, che torna da lui quando ha bisogno di rifugio. Poi dorme lì. Molti mi chiedono: fanno l’amore? Io penso di sì. Prima mangiano, bevono, parlano, poi vanno a letto. E lui si sveglia e la trova al telefono, mentre chiama un taxi. È una storia, è un film».
Dodi Battaglia: «Noi Pooh viaggiavamo a compartimenti stagni: chi faceva le musiche faceva le musiche, chi faceva i testi faceva i testi. Spesso erano mondi che comunicavano solo in un secondo tempo. Per Ci penserò domani è andata così: io avevo scritto una musica, poi è arrivato il testo di Valerio. Ed è più bello di un film. Ti metti ad ascoltare quella canzone e dici: mamma mia».
Dodi, è il 1973 e con Parsifal i Pooh cambiano passo. Che idea avevate del vostro futuro musicale?
«Avevamo chiara una cosa: i Pooh avevano una radice italiana, nazionale, europea, melodica, anche pucciniana, se si vuole. Però il mondo musicale si stava evolvendo: il prog, il progressive, i Genesis, gli Yes. Sentimmo l’esigenza di portare avanti la nostra maniera di suonare, di farla evolvere, di renderla più internazionale. Con Parsifal ci siamo distinti da tanti complessi dell’epoca. E poi cominciammo a stare in piedi con le nostre forze. Prima molti gruppi prendevano cover, entravano in studio, cantavano con l’orchestra. Noi invece ci mettemmo in testa di scrivere le nostre musiche, di essere interpreti ed esecutori di quello che decidevamo».
Dodi, che cosa non vide l’Italia la sera in cui Uomini soli vinse Sanremo?
«Una scena che ricordo bene: ero in un camerino, andai a vedere la serata in cui si esibiva Toto Cutugno. Quando sentii Ray Charles duettare con Toto, dissi: “Ragazzi, questi ci aprono in due”. Uno spessore così era difficile da affrontare. Poco prima ci dissero che la nostra partecipazione non era andata a buon fine. Quando vennero a dirci che avevamo vinto fu felicità vera. Ma la cosa più bella fu vincere con quel brano. Uomini soli non era la canzoncina sanremese: aveva un altro spessore».
Red, lei una volta ha definito la vostra carriera un quadro naïf. Che scena dipingerebbe oggi?
«Mi viene in mente una tournée nei Paesi dell’Est. Io e Roby scendiamo in un paesaggio completamente innevato, con una casetta che sembrava uscita da un quadro di Josip Generalić, una fila di donne che andavano a comprare il pane. Noi arriviamo vestiti con delle pellicce di lupo, sembravamo extraterrestri. Loro si spostano, spaventate. Andiamo a comprare una pagnotta enorme e ce la mangiamo in macchina. Chissà che cosa avranno pensato».
Riccardo, guardando la scaletta che avete preparato per questo tour, quali brani sente più suoi?
«Io sono il primo ammiratore dei Pooh. Il giorno dopo essermene andato, mi sono scelto alcune canzoni dei Pooh, quelle che avevo suonato e cantato con loro, e me le sono cantate. Non ho mai rinnegato i Pooh, li ho sempre amati. Adesso me li godo molto. Canto le canzoni del periodo in cui ero un Pooh, dal ’66 al ’72-’73, e poi loro mi fanno questo regalo: nel finale suonano e cantano i più grandi successi e io mi trovo insieme a loro a fare i cori, a cantare Dammi solo un minuto, Chi fermerà la musica. Questo è il mio modo di vivere con gioia la mia presenza su questo palco. È una grande emozione, una grande stima, una grande ammirazione».
Dodi, in questo viaggio dei sessant’anni c’è un’assenza che si sente inevitabilmente più delle altre: quella di Stefano D’Orazio.
«Stefano era una persona strana, diversa. Un genio, di una simpatia travolgente, di una generosità incredibile. Dava tutto se stesso. Anche l’ultimo dei tecnici, se aveva un problema, andava da lui e lui cercava di risolverglielo. Era buono, una persona perbene. Poi si è sviluppato: è entrato come batterista ed è diventato coordinatore, in un certo senso manager dei Pooh, autore di testi. Dentro la nostra fabbrichetta non ci siamo accontentati dell’ufficio in cui ci avevano collocati: ci siamo ingranditi. Io nel mio strumento, lui nei testi e nell’organizzazione, Roby nello scrivere sempre meglio, Red come grande comunicatore».
Red, che cosa le manca di Stefano?
«Il sorriso. Anche nei momenti difficili riusciva a trovare il lato positivo delle cose. Stefano ha scritto storie importantissime legate alla mia storia d’amore con mia moglie, come Stare senza di te e Cercando di te. Era un collante nella band. Era ribelle come mentalità, ma ribelle nell’ordine, nell’organizzazione. Quando facevamo una riunione arrivava con un blocco pieno di appunti per tutti noi. Era un grande programmatore della nostra quotidianità. Da quando se n’è andato è molto difficile immaginare quell’atmosfera. Ci vogliamo bene, ci impegniamo dalla mattina alla sera, però manca quel sorriso, manca quella positività, manca anche il suo essere un rompipalle spaventoso. Ma in senso buono».
I concerti dei Pooh sono sempre sembrati una macchina perfetta. Ricorda un imprevisto dietro le quinte?
«Di imprevisti ne abbiamo avuti tanti, perché quando sperimenti corri dei rischi. . Quando prendemmo il laser non sapevamo che sparato in cielo arrivasse a centinaia di chilometri d’altezza. A Ischia, la mattina dopo, i giornali scrissero che erano arrivate telefonate per avvistamenti di Ufo. E nei teatri, per tararlo, dovevamo puntarlo contro il fondale: credo che quasi tutti i teatri d’Italia abbiano un microscopico buco fatto dal nostro laser. Poi ci furono le esplosioni di magnesio, i lanciafiamme, i tetti pieni di luci che non stavano su. Nella tournée del 1982 impazzimmo per far stare in piedi un tetto con seicento fari. Però era il nostro modo di rappresentare. Siamo partiti dai teatri, anche con quindici o venti persone al pomeriggio, e da lì siamo arrivati ai palasport. È stato un percorso di fatica. Non ci ha regalato niente nessuno».
Che tour sarà quello dei sessant’anni?
Roby Facchinetti: «Una tournée di condivisione. Fra noi sul palco e con il pubblico. All’insegna del fare musica, del dimostrare che siamo ancora vivi, forse anche meglio rispetto a qualche anno fa, con la voglia di dire ancora qualcosa. Ogni sera sarà un grande divertimento, un tutt’uno con il pubblico, un karaoke unico. Sarà faticosa: Arena, tour estivo, tour invernale nei palasport, poi a novembre l’America. Ma la musica, anche in questi casi, fa miracoli».
Red Canzian: «Voglio divertirmi. Dopo sessant’anni di lavoro ci meritiamo questo viaggio di divertimento. Siamo molto contenti del repertorio che abbiamo messo su. All’Arena di Verona abbiamo suonato più di cinquanta brani. Oltre alle grandi canzoni intoccabili, abbiamo costruito dei blocchi con pezzi che non facevamo da tanto tempo, e qualcuno che non avevamo mai suonato. Abbiamo voluto dedicare una parte del concerto anche ai Pooh musicisti, ai Pooh che hanno fatto ricerca, che hanno sperimentato, non soltanto ai Pooh della grande canzone popolare».
Dodi, lei che cosa si aspetta da questa tournée?
«Sto arrivando da un viaggio in Toscana, sono andato da chi costruisce i miei strumenti. Da un anno e mezzo lavoriamo su due chitarre che ho appena finito di perfezionare. Noi chitarristi siamo un po’ rompiballe. In questo tour spero di divertirmi con questi nuovi strumenti, di suonare sempre meglio quello che già suono con soddisfazione, e di accontentare le aspettative del pubblico. È tanto che la gente aspetta questo momento per rivederci, e ce l’abbiamo messa tutta per non deluderli».
Riccardo, la sua speranza per questo tour?
«Che non piova. Però, se piove, portate l’ombrello: come dice la canzone, chi fermerà la musica? Neanche la pioggia ci fermerà».
