A distanza di oltre un mese e mezzo dal tragico crollo del ponte sul fiume Trigno, al confine tra Abruzzo e Molise, si riaccendono i riflettori sulla ricerca di Domenico “Mino” Racanati, il pescatore di Bisceglie inghiottito dal collasso della struttura lo scorso 2 aprile e il cui corpo non è ancora stato restituito.
Su delega della Procura di Larino, guidata dal procuratore capo Elvira Antonelli, gli uomini della Guardia Costiera hanno dato il via a una nuova fase di operazioni dopo alcune settimane di stop forzato. I soccorritori stanno perlustrando l’area della foce utilizzando speciali metal detector, una tecnologia necessaria per individuare la presenza dell’automobile di Racanati, che si ritiene possa essere rimasta schiacciata e sepolta proprio sotto il pesante troncone di cemento collassato nel letto del fiume.
Il dolore e la rabbia della famiglia
Mentre i tecnici tentano di superare le difficoltà logistiche dello scavo, l’attesa si è trasformata in un grido di dolore e protesta da parte dei familiari. Nelle ultime ore, la moglie del pescatore ha affidato ai social uno sfogo amaro, puntando il dito contro la presunta indifferenza delle massime cariche istituzionali.
«Ho visto il Presidente Mattarella e la Premier Meloni recarsi a Modena per portare vicinanza dopo la tragedia dell’auto sulla folla. È giusto che lo abbiano fatto», ha scritto la donna. «Ma in quel momento mi sono chiesta: perché nessuno ha fatto lo stesso per noi? Mio marito da quasi due mesi è ancora sepolto nella foce del fiume. Due mesi di attesa, di speranze distrutte e di silenzio».
La lettera si conclude con un duro atto d’accusa verso la politica e le istituzioni nazionali: «In tutto questo tempo non abbiamo visto nessun rappresentante dello Stato fermarsi davanti alla nostra tragedia o guardarci negli occhi. Abbiamo la netta sensazione di essere stati dimenticati, come se questa vicenda non fosse importante e come se mio marito non fosse una persona».
