«Tu sei come me, ti manca soltanto l’università». Francesco Guccini, scomparso ieri, amava prendere in giro così Beppe Carletti. E lo storico tastierista dei Nomadi gli rispondeva: «Francesco, a me manca anche quella che viene prima dell’università». Una battuta capace di raccontare la confidenza tra due uomini legati dalla musica, ma anche da un’amicizia vissuta senza cerimonie. «Quando ero con lui non pensavo di avere davanti Guccini. Si parlava della vita, in modo semplice. Conoscerlo è stato un onore».
Carletti, qual è la prima immagine che le viene in mente pensando a Francesco Guccini?
«Quella di un grande uomo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di condividere con lui una parte della mia vita. Non parlavamo soltanto di musica: stavamo insieme, conversavamo. A volte bastava sentirgli pronunciare una parola per assaporare tutto il suo sapere. Mi vanto di averlo conosciuto e di aver lavorato con lui».
Quando incontraste quel giovane autore, che cosa vi fece capire che le sue canzoni erano diverse?
«Noi ascoltavamo tanta musica, ma quelle erano canzoni che non avevamo mai sentito. Non sapevamo neppure bene come definirle. Ci piacquero immediatamente e decidemmo di seguire Francesco e le sue parole. Brani come Dio è morto e Noi non ci saremo continuiamo a eseguirli ancora oggi: non li abbiamo mai dimenticati. Sono diventati parte della storia dei Nomadi».
Guccini era consapevole dell’impatto che avrebbero avuto?
«Non credo. L’impatto è stato fortissimo, ma nessuno può prevedere che cosa accadrà intorno a una canzone. Noi eravamo abituati ad ascoltare bei brani, ma quelli di Francesco erano un’altra cosa: poesia messa in musica. La nostra grande fortuna è stata incontrare un poeta capace anche di musicare ciò che scriveva».
Che cosa accadeva quando una sua canzone entrava nella voce di Augusto Daolio?
«Cambiava. Augusto aveva una voce straordinaria e riusciva a dare a quelle parole una forza particolare. Noi abbiamo interpretato le canzoni di Francesco e, in qualche modo, le abbiamo fatte nostre. Ma lui è sempre rimasto davanti a noi: ancora oggi lo portiamo sul palco attraverso quelle canzoni».
Era difficile lavorare con Guccini?
«Assolutamente no. Si lavorava molto bene. A lui interessava soprattutto che le parole riuscissero a esprimere ciò che aveva dentro. La misura musicale poteva essere adattata, mentre il senso del testo doveva restare intatto. Non abbiamo mai avuto problemi».
Nel 1979 arrivò «Album Concerto». Che uomo era Guccini lontano dal pubblico?
«Dopo le prove, magari a mezzanotte, andavamo nella sua cucina e si mangiava la cipolla condita. Lui parlava anche di tonno, ma a noi il tonno non arrivava mai: vedevamo soltanto una quantità enorme di cipolla (ride, ndr). Sono ricordi semplici, però raccontano bene il clima che c’era tra noi».
Il suo essere apertamente schierato a sinistra può averne limitato la carriera?
«Secondo me no. Francesco non cercava la neutralità e non avrebbe potuto farlo, con le cose che scriveva. Non gli interessava andare in televisione o apparire di più. Era questa la sua forza. È stato riconosciuto per quello che era: un grande poeta, un personaggio unico e anche un uomo molto ironico. Aveva un modo particolare di conversare, sapeva sempre spiazzarti».
Come sarà ricordato tra cinquant’anni?
«È difficile prevederlo, ma mi auguro che si continui a ripescare quello che Guccini e altri grandi autori hanno fatto. È un patrimonio importante da portare avanti. Le sue opere devono essere conservate e tramandate».
C’è oggi qualcuno che possa raccoglierne l’eredità?
«No, io non lo vedo. Forse esistono giovani bravi che faticano a emergere perché non fanno abbastanza business. Ma canzoni come Dio è morto o Canzone Della Bambina Portoghese non si scrivono dalla sera alla mattina. Dietro c’è tanto lavoro, tanta cultura, tanta sostanza. Francesco è stato unico».
Che cosa resta, alla fine, del vostro incontro?
«Restano tantissimi momenti vissuti insieme e una gratitudine enorme. Guccini è stato un Nomade anche lui. Attraverso le sue parole ha contribuito alla nostra storia e ci ha permesso di essere ancora qui. Per questo non possiamo che dirgli grazie».
