Dieci giorni fa, a Taranto, ai fischi (inopportuni) degli operai ex Ilva, Giorgia Meloni rispose assumendo l’impegno che avrebbe portato il problema sul suo tavolo, immaginiamo per risolverlo.
Al momento, però, da palazzo Chigi non è arrivato alcun segnale. La Meloni, impegnata probabilmente ad organizzare la sua festa barese, non ha ancora avuto il tempo di approfondire la questione, che comunque discuterà a breve coi sindacati.
Tempi normali, in altri tempi. Ma oggi è diverso, perchè sul destino dell’ex Ilva contano ormai anche i minuti. Il 26 ottobre, se non interverranno fatti nuovi a livello giudiziario, l’area a caldo sarà chiusa per ordine della magistratura e il Siderurgico di Taranto, oggi azzoppato, cadrà in ginocchio. Per sempre.
L’evento si può ancora scongiurare, ma a due sole condizioni. Che la Corte d’Appello di Milano riveda la sua decisione, così come le è stato chiesto con apposito ricorso, o che il Governo si impegni a risanare le situazioni di pericolo e inquinamento ambientale ancora esistenti nell’area a caldo con apposito provvedimento legislativo e con scadenze (e finanziamenti) certi.
Ma è difficile che almeno una delle due probabilità si concretizzi. Come se non bastasse, a Taranto stanno finendo le materie prime, e sembra che a metà settembre l’area a caldo chiuderà da sola. Ecco perché non c’è più un minuto da perdere. Oggi riprende l’attività politica. Speriamo che lo stesso avvenga a palazzo Chigi.
