Quasi 600mila euro che «restano» sul territorio. La «restanza» non è solo una questione di persone, riguarda anche le risorse che prendono il volo verso altri territori e verso altre finalità. E allora per contrastare lo spopolamento dei piccoli Comuni si punta all’Imposta che resta. Una semplice proposta: l’Imu pagata dai fabbricati produttivi (come gli impianti energetici) sia riconosciuta direttamente ai Comuni delle aree interne per essere investita «nel mantenimento dei servizi essenziali e in misure di sviluppo locale e/o di contrasto allo spopolamento».
Sui Monti Dauni la proposta di legge, promossa dall’associazione Dalla Parte dei Paesi Aps, elaborata con il supporto tecnico dell’esperto di fiscalità locale Antonio Urbano Silvestre, mira a lasciare ai Comuni delle aree interne una parte della ricchezza fiscale che i loro stessi territori generano.
Un cambio di passo per inaugurare un nuovo modello di sostegno alle aree interne, spesso marginalizzate perché, pur essendo una fetta importante del territorio, fanno piccoli numeri e pochi abitanti. Alcune proiezioni danno la misura del fenomeno e del contributo che potrebbe essere usato dai piccoli Comuni delle aree interne pugliesi, quelli arroccati lungo la dorsale appenninica che unisce Molise, Campania e Puglia. In Capitanata, a Biccari, quasi 2.500 abitanti, resterebbero ogni anno nelle casse comunali poco più di 100mila euro che diventerebbero oltre 270mila per Deliceto con i suoi circa 3.400 residenti, anche Faeto, il più alto comune pugliese con i suoi 710 abitanti, beneficerebbe di 64mila euro. La proiezione elaborata dall’associazione evidenzia 70mila euro di imposte che restano per Orsara di Puglia, 2.400 abitanti a due passi dall’Irpinia, e addirittura 92mila euro per rendere più ricche le casse comunali di Pietramontecorvino.
Le motivazioni
«Con Dalla Parte dei Paesi non chiediamo solo di cambiare una legge, chiediamo di ribaltare completamente il modello che ha marginalizzato e impoverito le aree interne», afferma Gianfilippo Mignogna, già sindaco di Biccari e ora autori di libri e studi proprio sullo sviluppo dei territori marginalizzati. Precisa Mignogna: «Non servono parole vuote, retorica o qualche bando di tanto in tanto: serve innanzitutto dignità e rispetto. Perché se un territorio è allo stesso tempo povero e produttivo vuol dire che c’è qualcosa che non funziona».
Insomma, un cambio di passo nel pensare che le aree interne siano «marginali, povere, prive di risorse e senza speranza».
Recita il testo che accompagna la proposta di legge che sta riscuotendo interesse anche oltre la dorsale appenninica di Capitanata: «Non chiediamo nuovi tributi. Non chiediamo più tasse.
Non proponiamo soluzioni fantasiose. Non facciamo provocazioni. Chiediamo semplicemente che una parte della ricchezza prodotta nei territori resti alle comunità che la generano per finanziare ciò che manca e che lo Stato non riesce del tutto a garantire: servizi essenziali, infrastrutture, nuove opportunità di sviluppo, misure anti-spopolamento».
Una rivoluzione senza spargimento di sangue, ma solo il ribaltamento di una logica che penalizza le aree interne. «Non chiediamo solo di cambiare una legge, chiediamo di ribaltare completamente il modello che ha marginalizzato e impoverito le aree interne» sottolineano dall’associazione.