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Monti Dauni, pale eoliche bloccate. La denuncia: «Così perdiamo fondi e occupazione»

L’allarme sui ritardi nella concessione regionale. Le regole sulla tutela paesaggistica rischiano di fermare un impianto autorizzato 26 anni fa

Monti Dauni, pale eoliche bloccate. La denuncia: «Così perdiamo fondi e occupazione»

Un paradosso antico: l’eolico selvaggio, agli inizi del terzo millennio, sui Monti Dauni aveva trovato immense praterie, con tralicci e pale che nascevano più dei ricercati funghi e tartufi della zona. Un paradosso che, come succede spesso nelle italiche cronache, si è trasformato in farsa, mettendo a repentaglio il già magro bilancio di un Comune di quasi mille anime.

Tutto ha inizio nell’anno giubilare del 2000, quando su terreni a uso civico e con la semplice autorizzazione degli uffici tecnici, allora usava così, viene autorizzata l’installazione di 30 pale eoliche. L’impianto entra in funzione e produce energia garantendo royalties al Comune per quasi 80mila euro l’anno e lavoro a una trentina di persone.

La richiesta

Col tempo la tecnica si evolve e si sviluppano nuove macchine, capaci di accumulare più energia con meno consumo di territorio. In pratica: meno pale più energia prodotta. Arriva così il momento, dopo quasi 15 anni di onorato lavoro, che il vecchio impianto vada in pensione e lasci spazio alle «nuove leve». Ma, nell’Italia dei mille balzelli e delle migliaia di norme, c’è sempre un cavillo che frena lo sviluppo e fa girare altro, invece delle eliche.

Come bravi di manzoniana memoria dalla Regione si blocca la sostituzione delle vecchie pale eoliche. Il cambio non s’ha da fare e per dieci anni tutto resta fermo, bloccato da una burocrazia che nel frattempo ha modificato le regole per la concessione del territorio. Insomma, quello che era valido 26 anni fa, non vale più oggi. «È un paradosso. Non si chiede di installare nuove pale eoliche ma di sostituire quelle che ci sono. Anzi ci saranno meno impianti presenti sull’area interessata» afferma Lucilla Parisi, sindaca di Roseto Valfortore che, non sapendo a quale fra Cristoforo votarsi, davanti alla cieca arroganza dei don Rodrigo regionali.

È sbottata sui social perché la risposta della Regione si fa attendere da dieci anni. «Stanno mettendo a rischio un investimento che crea occupazione per il territorio e porta soldi utili al Comune», afferma la sindaca che conclude: «La rabbia sale quando vedi che, non in Trentino, ma in Basilicata, nei comuni interni dell’area delle Dolomiti lucane, zona a elevato pregio paesaggistico, riescono a fare ciò che a noi è tassativamente negato».

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