A quasi trent’anni dall’omicidio di Nadia Roccia, Migliori Amiche riporta sullo schermo una delle pagine più dolorose della cronaca pugliese. Il docufilm, diretto da Luciano Toriello, sarà presentato il 27 agosto a Laltrocinema Ciccolella di Foggia, ed è stato realizzato anche con il contributo di Apulia Film Commission e Regione Puglia.
Alessandro Piva, produttore esecutivo, riflette sulla memoria, sul male e su una macchina mediatica che allora cominciava ad assumere il volto che oggi conosciamo.
Piva, sono passati quasi trent’anni dall’omicidio di Nadia Roccia. Che cosa l’ha convinta a prendere parte a questo progetto?
«Le storie di cronaca, a un certo punto, diventano una specie di materiale fossile: restano sedimentate nella memoria collettiva, ma spesso quello che ricordiamo non è più il fatto, è il racconto del fatto. Trent’anni sono il tempo giusto per guardare dentro una ferita collettiva senza il filtro della rabbia immediata o della morbosità dell’epoca. Il caso di Nadia Roccia non è solo una pagina nera della cronaca pugliese; è uno specchio di dinamiche umane universali: l’ossessione, l’isolamento della provincia, il mistero del male che nasce nel quotidiano. Mi interessava capire cosa sia rimasto di quel dolore e come una comunità abbia metabolizzato un trauma così profondo. Il cinema documentario talvolta serve a questo: a dare forma e senso alla memoria».
Le immagini dell’incidente probatorio sono agghiaccianti: un teatro di gesti, silenzi e richieste, la messa in scena di un omicidio. Che cosa ha colto lei in quelle immagini?
«La raggelante stupidità del male e, paradossalmente, un’inquietante attitudine alla recitazione. In quel “teatro” dell’incidente probatorio c’è una freddezza distaccata, quasi burocratica. Osservare quei corpi e quei silenzi fa impressione: non c’è finzione cinematografica che possa replicare la verità di uno sguardo che ha incrociato l’orrore. Lì dentro c’è la chiave della vicenda: la dissociazione tra l’atto compiuto e la percezione della realtà. Forse è questo il paradosso al centro del film: due ragazze chiamate a recitare il proprio delitto per ricostruirlo davanti alla giustizia, e che lo fanno con un distacco che sembra una seconda messa in scena. Quelle immagini non raccontano solo la dinamica di un omicidio, ma l’incapacità – o il rifiuto – di misurarsi con ciò di cui si è stati artefici. Il silenzio, in quel materiale, pesa più delle parole: è lì che si fa chiara la distanza tra il gesto e la sua comprensione».
Il docufilm sceglie di sospendere il giudizio e di non spettacolarizzare il crimine. Come si racconta una vicenda così feroce senza trasformare le responsabili in mostri, ma anche senza cercare attenuanti?
«È la sfida più complessa per chi fa il mio mestiere. Trasformare i colpevoli in mostri è una scorciatoia rassicurante: ci permette di dire “loro sono diversi da noi”, ci assolve tutti. La verità è più scomoda. Raccontare la ferocia senza mostrificare significa restituire la complessità degli esseri umani, anche quando compiono atti disumani. Sospendere il giudizio non significa essere neutrali o indulgenti, ma costringere lo spettatore a guardare l’accaduto senza lo schermo protettivo del pregiudizio o del sensazionalismo».
Non è la prima volta che lei si occupa di casi di cronaca che hanno segnato questa regione e, in qualche modo, il Paese. Penso a Santa Subito, sulla storia di Santa Scorese, la prima vittima di stalking in Italia. Cambia il racconto della cronaca quando cambia la geografia? O certi meccanismi restano gli stessi?
«Il paesaggio cambia, il meccanismo no. La Puglia di queste e di altre oscure vicende seguite compulsivamente dalla cronaca è sempre la stessa: una comunità piccola, dove tutti si conoscono, che improvvisamente non riesce più a riconoscersi in ciò che è accaduto al proprio interno. Sia Santa Subito sia Migliori Amiche raccontano una Puglia complessa, lontana dalle cartoline turistiche. Ma i tratti profondi di queste storie – la vulnerabilità delle vittime, l’isolamento, la violenza che cova sotto la cenere delle apparenze – sono universali. Cambiano i dialetti, cambiano i paesaggi, ma il cuore del dramma umano resta purtroppo lo stesso».
Il caso Nadia Roccia fu anche uno dei primi grandi cortocircuiti mediatici della cronaca nera italiana. Se quella storia accadesse oggi, nell’epoca dei social e del true crime permanente, sarebbe ancora più difficile distinguere la memoria dallo spettacolo?
«Quell’attenzione mediatica diventò la prova generale di una cronaca nera che, se prima doveva accontentarsi dell’edizione straordinaria – ricordo ancora i secondi interminabili di quella sigla che interrompeva le trasmissioni -, ora metteva a punto, grazie al digitale, un arsenale nucleare fatto di telecamere d’assalto, dirette no stop, annunci bomba, interviste esclusive e intercettazioni ambientali. Un cortocircuito mediatico che oggi si moltiplica sulle piattaforme social e nella cultura pop del true crime, imponendoci, in qualità di produttori, una profonda responsabilità etica nel trattare la memoria e i materiali di repertorio. Una vicenda del genere potrebbe diventare, in rapida successione, cronaca, polemica social, podcast, meme, serie televisiva e magari fandom. La morte di una persona può diventare contenuto, e il contenuto ha continuamente bisogno di altro contenuto per non morire. Intanto Nadia se n’è andata, spazzata via dal movente più incredibile: il nulla».
