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Cerignola, 26enne morì dopo pestaggio in discoteca. I genitori: «Tornare in aula è ripercorrere l’inferno»

«Per molti questi sono solo termini tecnici, passaggi procedurali o freddi rinvii tra aule di tribunale. Per noi, che siamo i genitori di Donato, ogni nuova udienza è una ferita che si riapre». Sono parole intrise di dolore, stanchezza, ma anche di inesauribile sete di giustizia quelle messe nero su bianco da Giuseppe Monopoli, padre…
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«Per molti questi sono solo termini tecnici, passaggi procedurali o freddi rinvii tra aule di tribunale. Per noi, che siamo i genitori di Donato, ogni nuova udienza è una ferita che si riapre». Sono parole intrise di dolore, stanchezza, ma anche di inesauribile sete di giustizia quelle messe nero su bianco da Giuseppe Monopoli, padre di Donato, il 26enne di Cerignola morto nel 2019 dopo sette, strazianti mesi di agonia in ospedale.

A quasi otto anni da quel maledetto pestaggio avvenuto nell’ottobre del 2018 all’esterno di una discoteca foggiana, la famiglia si prepara ad affrontare l’ennesima, durissima prova: il processo d’Appello bis, il cui inizio è fissato per lunedì 23 marzo.

I ribaltamenti di un lungo iter giudiziario

Il nuovo capitolo processuale si è reso necessario dopo che la Corte di Cassazione, nel febbraio del 2025, ha annullato con rinvio la discussa sentenza di secondo grado. Sul banco degli imputati siedono Francesco Stallone e Michele Verderosa. Nel giugno del 2022, la Corte d’Assise di Foggia li aveva condannati per omicidio volontario rispettivamente a 15 anni e 6 mesi e a 11 anni e 4 mesi. Tuttavia, nel maggio 2024, la Corte d’Assise d’Appello di Bari aveva derubricato il reato in omicidio preterintenzionale, riducendo drasticamente le pene a 10 e 7 anni. Una decisione poi cancellata dalla Suprema Corte, che ha riaperto i giochi chiedendo un nuovo giudizio.

«Tornare in aula per un Appello bis significa per noi ripercorrere l’inferno dall’inizio», prosegue la struggente lettera aperta di Giuseppe Monopoli, che trasforma la tragedia privata in un monito per l’intera comunità. «La vicenda di Donato riguarda i figli di tutti noi. Un Paese in cui si può morire a 26 anni, e dopo quasi otto anni non si ha ancora una parola definitiva sulla colpevolezza, è un Paese che deve riflettere sul senso della propria giustizia».

La determinazione della famiglia, per quanto provata, non vacilla di un millimetro: «Non sappiamo quanto sarà ancora lungo e tortuoso questo cammino, ma sappiamo con certezza che lo percorreremo insieme, fino all’ultimo centimetro, senza mai indietreggiare. Lo dobbiamo a Donato, lo dobbiamo alla sua innocenza. La nostra speranza è che l’Appello bis riconosca, una volta per tutte, il peso incalcolabile di ciò che ci è stato tolto».

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