Le aree interne non è un luogo geografico, ma un concetto dell’anima, perché come dimostrano le 144 anime che popolano Celle di san Vito, il più piccolo borgo pugliese, se non sei «parte» di un luogo, non sei quel luogo, ma un suo riempitivo, come succede nelle metropoli, dove si risiede ma non si abita. Al di là delle parole dette nell’incontro «People: oltre i numeri, i paesi sono delle persone» ospitato nella sala del Castello, chi ha preso posto aveva l’intenzione di farsi testimonianza vivente di un modo «diverso» di vivere: più lento, più palpabile, meno stressante. Ma sono termini che fanno suggestione, regalano emozioni al turista «mordi e fuggi» se non accompagnate da una cammino interiore, perché sulle «aree interne» si possono fare convegni, chiamare a raccolta studiosi, organizzare eventi – ormai è diventata una moda – ma di «interne aree» non si può narrare se non si cambia la visione delle cose.
I testimoni
Lo dicono bene i 144 protagonisti di un filmato che ha conquistato gli internauti e reso celebre il «caso Celle» con la corsa dei media sui Monti Dauni, verso il borgo enclave francoprovenzale. Quelle 144 voci sono un coro. Quelle 144 voci sono un corpo unico. Quelle 144 voci sono la nuova resistenza di un popolo che non imbraccia fucili, ma mobilita coscienze con la parola e la «restanza», che poi è un termine suggestivo per dire agli altri che il vero coraggio è rimanere, anche se altrove ci sono più servizi, più trasporti, più comodità.
A Celle prevale la voce della bottega, non quella della piazza. Ed è proprio nella dimensione «artigianale» della vita che c’è tutta l’essenza di una esistenza. Si vive per dare del tu alla vita, attraverso il vicino di casa, il sindaco, il panettiere, il vigile urbano.
Ecco allora spiegato il termine «celle» che non richiama ad antichi luoghi monastici, ma a un alveare dove si stanno affiancate l’una all’altra, con pareti in comune e senza lasciare spazi vuoti.
