Corriamo sempre noi genitori. Corriamo appena apriamo gli occhi al mattino e continuiamo a correre fino a sera, quando finalmente il silenzio della casa ci raggiunge, ma noi siamo troppo stanchi perfino per ascoltarlo. Corriamo dietro agli orari, agli impegni, alle responsabilità. Corriamo per lavoro, per la famiglia, per il futuro. Corriamo perché pensiamo di dover tenere tutto insieme, sempre.
La vita dei genitori è fatta così. Di liste della spesa appuntate al volo. Di bollette da pagare. Di cene da preparare mentre si controllano compiti, messaggi, lavatrici e giornate infinite. È fatta di sonno arretrato, di preoccupazioni silenziose, di conti mentali continui. Di figli da accompagnare, da ascoltare, da crescere nel migliore dei modi possibili. E nel frattempo noi? Dove finiamo noi? Perché a un certo punto succede senza quasi accorgersene si diventa mamma e papà talmente tanto da dimenticare i nomi propri. Ci si trasforma in organizzatori di giornate, gestori di emergenze, risolutori di problemi.
E piano piano, senza cattiveria, senza colpe, senza neppure rendersene conto, si smette di guardarsi davvero. Si parla dei figli, della scuola, delle cose da comprare, degli impegni della settimana. Ma sempre meno di noi. Sempre meno di quello che sentiamo. Sempre meno di quello che siamo oggi. Eppure, prima di tutto questo eravamo una coppia, siamo una coppia. Prima delle notti insonni, prima delle corse contro il tempo, prima delle paure legate al futuro, c’erano due persone che si sceglievano ogni giorno.
Poi la vita cambia. I figli stravolgono tutto, ridisegnano priorità, spostano il centro del mondo. Ma una coppia non smette di esistere nel momento in cui diventa genitore. Anzi, forse avrebbe bisogno di essere custodita ancora di più. Perché i figli crescono dentro ciò che respirano. E respirano anche l’amore, oppure la distanza. Respirano i silenzi troppo lunghi. Le carezze mancate. Gli sguardi distratti. Respirano anche la complicità, il rispetto, la dolcezza di due persone che continuano a scegliersi nonostante la fatica. Essere una coppia dopo i figli significa imparare ad amarsi in modo nuovo. Meno perfetto forse, ma più vero. Significa ritrovarsi anche quando si è esausti. Ritagliarsi spazio quando il tempo sembra non bastare mai.
Ricordarsi che oltre ai genitori esistono ancora due persone che hanno bisogno di sentirsi vive, viste, amate. Perché il rischio più grande non è litigare. Non è attraversare momenti difficili. Il rischio più grande è diventare estranei senza accorgersene. Abitare la stessa casa ma smettere di abitarsi il cuore. E allora bisognerebbe fermarsi ogni tanto. Anche solo pochi minuti. Spegnere il rumore del mondo e chiedersi: «Noi come stiamo?». Non la famiglia. Non i figli. Non il lavoro. Noi. Perché una coppia ha bisogno di cura proprio come tutto il resto. Ha bisogno di presenza. Di ascolto. Di attenzioni piccole ma continue. Ha bisogno di parole gentili dette anche nelle giornate storte. Di mani cercate sotto il tavolo. Di messaggi senza motivo. Di baci dati senza aspettare occasioni speciali. Abbiamo imparato a prenderci cura di tutti, ma troppo spesso dimentichiamo di prenderci cura dell’amore che tiene insieme tutto il resto.
E invece dovremmo ricordarcelo. Ricordarci di chi eravamo prima di diventare genitori. Ricordarci cosa ci ha fatto innamorare. Ricordarci le promesse silenziose fatte nei giorni belli e in quelli difficili. Ricordarci che questa vita, così complicata e veloce, è l’unica che abbiamo. Non esiste una prova generale. Non esiste un’altra occasione da vivere dopo. E allora viviamocela davvero questa vita. Non soltanto come genitori ma come persone capaci ancora di amarsi. Fianco a fianco. Anche nei giorni difficili. Anche quando ci sentiamo persi. Anche quando la routine sembra aver spento tutto. Adesso fermiamoci un momento. Guardiamoci davvero. Abbracciamoci. E baciamoci. Perché i baci sono sempre troppo pochi.
