L’omicidio brutale di Bakari Sako, il 35enne originario del Mali, picchiato e ferito a morte da quattro ragazzi di 15 e 16 anni insieme a due 20enni, in piazza Fontana a Taranto, mentre alle 5 del mattino si recava al lavoro, lascia un profondo senso di ingiustizia e tanta rabbia.
Perché non è giusto che, senza alcun motivo, un uomo per bene, che si sveglia quando è ancora buio per un lavoro faticoso che gli consente di mantenere la propria famiglia e figli in arrivo, che non vedrà mai, venga braccato e aggredito da sei persone. Perché non è giusto che nessuno, quando ha cercato rifugio in un bar, sia intervenuto o abbia neppure pensato di chiamare le forze dell’ordine. Perché non è giusto che una vita possa valere tanto poco. Indifferenza, crudeltà, disumanizzazione, anestesia delle coscienze sono gli ingredienti letali di questa vicenda.
Tutto questo fa rabbia, anche perché la vita persa rischia di non essere soltanto una, ma anche quella dei presunti responsabili. Stride la loro giovane età con la loro condotta così efferata.
Alle 5 del mattino, un ragazzino di 15 anni te lo immagini a letto, a poche ore dal suono della campanella di una scuola in cui sta costruendo il suo futuro. Non lo pensi in giro, armato a uccidere qualcuno. Non lo puoi immaginare così.Bakari era in Italia, in maniera regolare, da dieci anni, era arrivato dal Mali. Di sicuro la sua vita non era stata e non era semplice. Ci vuole coraggio a lasciare tutto e ricominciare.
Ci vuole forza a spaccarsi la schiena ogni giorno. Ma il suo coraggio e la sua forza non sono serviti al cospetto di quella violenza incrociata per caso. Lui, da solo, contro sei. Ma forse non è stato soltanto Bakari Sako a essere impreparato e “disarmato” davanti a tanta violenza. Forse lo siamo tutti. E questo è un problema serio con cui fare i conti.
E non bastano decreti sicurezza se prima non c’è educazione, cultura, empatia, civiltà. Giacché se arriva il momento della punizione vuol dire che è già troppo tardi. È prima che si deve agire, impedendo che i ragazzi vivano come in un grande e troppo reale videogame in cui la violenza, pure, è reale e letale, per gli altri e per se stessi.
Ora chi penserà alla famiglia di Bakari? Taranto è tante cose: è una città bellissima e sofferente, in una terra ricca e ferita, divisa fra la necessità del lavoro e la preoccupazione per il futuro, che nonostante tutto accoglie e rispetta il prossimo, qualsiasi colore abbia la sua pelle.
Quello che è accaduto è atroce ed è uno strappo netto in un tessuto sociale e culturale che deve essere ricucito e non rattoppato. La giustizia, dal canto suo, farà il suo corso, ma la comunità, non solo quella tarantina, la comunità pugliese, non deve archiviare il caso. Deve interrogarsi, riflettere, mettersi in discussione per poi agire, iniziando col non voltarsi dall’altra parte, con il prestare attenzione a quello che accade, a casa, a scuola, per strada. Ricominciando a essere, appunto, una comunità, sensibile e solidale, con tutti.
