C’è un’intera generazione alla quale chiediamo sacrifici, pazienza e fiducia nel futuro. Salvo poi sorprenderci quando scende in piazza per manifestare il proprio disagio. Le proteste studentesche che attraversano l’Italia e l’Europa raccontano anche questo: una distanza crescente tra le promesse degli adulti e la realtà dei giovani. Una distanza che si misura anche nelle difficoltà quotidiane.
A Bari, per esempio, circa 250 studenti di Psicologia seguono le lezioni in un cineteatro per mancanza di aule universitarie. Francesco Bruno, una matricola, ci ha ricordato durante l’approfondimento quotidiano in diretta sui nostri social (ogni giorno alle 17) che dietro l’iscrizione all’università ci sono tasse pagate, sacrifici familiari e aspettative. E che non bastano un professore e delle sedie per fare università. Servono spazi adeguati, certo. Ma anche incontri, relazioni, socialità. Perché l’università non è soltanto il luogo dove si studia: è quello dove si cresce, ci si confronta, si impara a diventare adulti.
La disponibilità di AncheCinema, che ha accolto gli studenti, merita un plauso. Così come va riconosciuto al rettore di aver aperto un dialogo. Ma il problema non è chi ha offerto una soluzione: è perché sia stato necessario cercarla.
La violenza nelle piazze va condannata senza esitazioni. Ma sarebbe troppo comodo fermarsi lì, liquidando ogni protesta come un problema di ordine pubblico. Perché se persino un’aula diventa una conquista, forse dovremmo smettere di domandarci perché i giovani protestano e cominciare a chiederci perché mai dovrebbero accontentarsi.
