Siamo un Paese incredibile. Dopo le devastazioni dei violenti che hanno messo in ginocchio Milano, tra negozi saccheggiati, vetrine distrutte e poliziotti feriti, c’è ancora chi riesce a trovare una giustificazione, un distinguo, un bel «sì, però». Come se la violenza, quando si ammanta di qualche presunta rivendicazione sociale, diventasse improvvisamente più tollerabile. Balle. I violenti sono criminali e basta. Succede però che arrivi il signor Marracash e dica: «Con le buone non cambi le cose». Aggiungendo: «Aspettavo questa reazione da tempo». Poi arriva Sayf, secondo il quale la violenza dei manifestanti non è paragonabile a quella di chi toglie dignità alle persone. E infine c’è Ilaria Salis. L’eurodeputata, davanti a Milano devastata, esprime tutta la sua preoccupazione per i diritti dei giovani fermati. Ma cara Salis, e i diritti dei commercianti che si sono ritrovati i negozi saccheggiati? E quelli dei cittadini costretti ad assistere a scene di guerriglia urbana? E i poliziotti aggrediti? Possibile che nel suo intervento non ci sia stato spazio per una condanna altrettanto esplicita delle devastazioni? E poi basta con questa stucchevole retorica dei minorenni. Qui non stiamo parlando di qualche ragazzata, di una bravata finita male. Stiamo parlando di saccheggi, devastazioni, aggressioni. Chi li ha commessi, una volta accertate le responsabilità, deve risponderne davanti alla giustizia. Che abbia sedici, diciassette o trent’anni. L’età non può trasformarsi in un certificato d’impunità. Detto questo, nessuno impedisce di protestare. Anzi, manifestare è uno dei diritti fondamentali di una democrazia. Volete contestare il governo? Fatelo. Volete denunciare le disuguaglianze sociali? Benissimo. Volete compiere un gesto eclatante? Guardate a Marco Pannella. Incatenatevi, fate lo sciopero della fame, mettete in gioco voi stessi. Pannella metteva a rischio il proprio corpo per difendere le proprie idee. E soprattutto non pensava che la rivoluzione dovesse cominciare dalla violenza. In mezzo a questo spettacolo desolante, vorrei invece abbracciare Angelo De Simone, il dirigente di polizia colpito alla testa da un sampietrino durante gli scontri in piazza Duomo. Un uomo che, nonostante la ferita, ha continuato a svolgere il proprio lavoro. E mi sarebbe piaciuto vedere la classe politica – tutta senza colori o distinzioni – abbracciarlo.
Attenzione, attenzione, perché c’è un altro aspetto di questa storia che dovrebbe preoccuparci enormemente. In Francia, dopo le violenze dei giorni scorsi, sono arrivati persino i coprifuoco. Provvedimenti localizzati che, in alcune zone di Parigi, hanno limitato la circolazione di tutti, non soltanto dei responsabili dei disordini. Una misura mostruosa nel suo principio, che riporta alla mente i divieti di covidiana memoria. L’idea che per garantire la sicurezza si possa impedire anche a un cittadino di uscire di casa dovrebbe far suonare qualche campanello d’allarme. Perché il rischio è sempre lo stesso: davanti all’incapacità di isolare e punire i responsabili, si finisce per limitare la libertà di tutti. E così arriviamo al capolavoro finale. I violenti devastano, lo Stato restringe le libertà e le persone perbene pagano due volte. Prima per i danni. Poi con i divieti. Una democrazia seria deve saper difendere contemporaneamente la sicurezza e la libertà. Deve punire chi commette reati senza trasformare tutti gli altri in potenziali colpevoli. Manifestare è un diritto. Devastare è un reato. E la violenza va condannata sempre, senza se e senza ma.
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