Willie Peyote non ama le classifiche, e nemmeno l’idea che la musica debba essere ridotta a una gara di numeri. Nel nuovo disco torna a interrogarsi sul rapporto tra arte e mercato, sul ruolo pubblico di chi scrive canzoni e su una maturità che, a quarant’anni, significa anche imparare a essere meno severi con se stessi. E poi l’amore, le cose che finiscono, la paura che cambia forma: «Forse è anche una forma di difesa. Ma ormai non ho più così paura». Venerdì, l’artista sarà all’Eremo Club di Molfetta con il suo Club Tour 2026.
Nel nuovo disco lei racconta una società in cui persino una passione sembra dover diventare un prodotto, un contenuto, qualcosa da monetizzare. Ma anche un musicista deve vendere dischi, biglietti, attenzione. Come si combatte un sistema di cui, inevitabilmente, si vive?
«Combattere il sistema non significa fare gli anarchici. È ovvio che anche la musica sia un’attività commerciale, un prodotto. Però non si può vivere in un contesto nel quale l’arte viene derubricata a semplice e unico prodotto di intrattenimento. Credo che all’arte, in generale – alla musica, al cinema – si debba riconoscere anche uno spessore ulteriore. La mia paura è che tutto diventi semplicemente un prodotto calcolato sui numeri, invece di provare, ogni tanto, ad approfondire».
Ha detto che un artista dovrebbe soprattutto fare le domande giuste e lasciare alla politica il compito delle risposte. Eppure le sue canzoni prendono spesso posizione. Dove finisce il mestiere del cantautore e dove comincia quello del cittadino?
«Cantautore e cittadino, secondo me, non sono separabili. Io sono una persona che scrive canzoni, ma sono prima di tutto un cittadino. E credo che un cittadino abbia il diritto di prendere posizione, di esporre il proprio malcontento, la propria rabbia. Ovviamente non siamo noi a dover dare le risposte: per quello esistono le istituzioni. Ma non si può separare il cittadino dalla persona che scrive canzoni. Prendere posizione è un diritto di tutti, quindi anche dei musicisti. Non è un dovere, non bisogna farlo per forza, ma se uno sente di doverlo fare è giusto che lo faccia».
Dopo Sanremo e una platea molto più larga, ha scelto di tornare nei club. In un’industria che misura il successo attraverso numeri, classifiche e dimensioni dei palchi, è anche un modo per sottrarsi alla gara a chi è più grande?
«A Sanremo non sono andato per fare una gara. Pur essendo un concorso, non l’ho mai vissuto in quel modo. E non vivo questo mestiere come una competizione, anche perché non è mia intenzione misurarmi con il gigantismo dell’industria. Credo che ognuno debba essere lasciato libero di fare il proprio mestiere senza mischiare tutto per forza. Io, quella gara, non l’ho mai fatta. Non ho mai vissuto la musica così. Se si considera tutto soltanto come un prodotto e si calcola ogni cosa sulla base dei numeri, il dibattito finisce per impoverirsi».
In «Non c’è di che» racconta una separazione adulta, senza vendetta. Ha detto: «Mi piace molto innamorarmi, ma inizio già le cose pensando che finiranno». È romanticismo o un modo molto sofisticato per non consegnarsi mai completamente a qualcuno?
«Forse è anche una forma di difesa. Cito spesso una frase di Enrico Remmert, romanziere torinese, che distingue tra sentimentali e romantici. I sentimentali vorrebbero che le cose durassero per sempre; i romantici riescono a trovare il bello anche nella fine delle cose. In questo senso direi che sono un romantico. Sì, forse è anche una forma di difesa, ma ormai, a quarant’anni, non è più soltanto quello. Non ho più così paura».
A quindici anni ha imparato soprattutto a capire chi non voleva essere; oggi dice di essere meno severo con se stesso e di essere tornato in terapia. Qual è la parte di Guglielmo che Willie Peyote ha impiegato più tempo a perdonare?
«Essere troppo severi con se stessi è un grande limite. Mettersi in discussione è giusto, ma limitarsi, avere troppi paletti in testa e troppe paure può diventare molto limitante. La parte con cui devo ancora fare i conti, e che sto cercando di alleggerire, è proprio quella più severa. È vero: io il bicchiere lo vedo sempre mezzo vuoto. Ma con l’età bisogna imparare anche a guardare il lato positivo e a godersi le cose belle. Sto lavorando su questo. E anche sulla pazienza: non sono una persona molto paziente, quindi è sicuramente una delle cose su cui sto lavorando».
