Una inaugurazione della Fiera del Levante sottotono. Come ormai accade da anni. Quattro per l’esattezza. Da quando, cioè, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha deciso di disertare quello che un tempo era considerato uno dei più importanti appuntamenti economici del Paese. Dopo la pausa estiva, era tradizionalmente da Bari che si tracciavano le linee di sviluppo dell’anno che entrava e non solo. Ieri, la politica non è riuscita a tracciare neanche una lineetta di congiunzione sui temi per la ripresa di Taranto, continuando a guardarsi alla distanza, seppure così vicina fisicamente.
Il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, è stato l’agnello sacrificale mandato da Roma ad inaugurare la Campionaria barese: ha fatto solo una toccata e fuga portando i dati della Zes unica (vettore di sviluppo rivendicato dal Governo) e quelli del turismo in crescita, ma non una parola su Taranto. Un po’ pochino per rispondere alle tante istanze pervenute dal presidente della Regione e dal sindaco del capoluogo, Vito Leccese: Ex Ilva, risorse aggiuntive per la sanità, autonomia differenziata, voli cargo da Grottaglie (cui si spera si aggiungano quelli civili), alta capacità Bari-Napoli, tanto per citare alcuni dei punti snocciolati. Il ministro non si è fermato nemmeno al punto stampa, pure previsto, in prima mattinata. Una velocità d’azione che ha un po’ il sapore della fuga in un momento complicato per le sorti di Taranto.
Nelle prime file, poca classe politica a destra come a sinistra. Se pure c’erano il sottosegretario Marcello Gemmato e i parlamentari Iaia, Matera e Melchiorre, gli europarlamentari Picaro e Ventola, qualche consigliere regionale per la destra, per la sinistra i parlamentari Lacarra e Dell’Olio e qualche consigliere (Pagano) e assessori, oltre a diversi sindaci, il parterre più vicino a Decaro.
Non sono mancati, invece, i presidenti da riconfermare di enti e agenzie. Come leggere questo segnale? Disinteresse, disaffezione, segnale di distacco dalle scelte regionali, coda estiva al mare? Il tema che ha tenuto banco nel discorso del governatore, e non poteva essere diversamente, è stata Taranto, l’ex Ilva e la situazione esplosiva che l’avviluppa. Non più Bari che marcia ormai ad un ritmo di Pil elevato e non arriva con il cappello in mano all’appuntamento fieristico, come ha rivendicato il sindaco Leccese.
Bari città giovane, osservata dai Nerd come residenza stabile. Ma Taranto. Città per la quale Decaro ha ricordato «l’agghiacciante gioco dell’oca» a causa del quale «ci ritroviamo a chiedere allo Stato di tornare con una legge speciale». Taranto e il disastro annunciato per il quale Decaro si è detto pronto a collaborare con il Governo, rimandando il bandolo delle scelte nel campo di Meloni. La sesta di sei figlie ( le province pugliesi) ha detto ancora Decaro, la più bisognosa di attenzione per la sua fragilità.
Sul palco sono poi arrivate anche le donne. Non quelle vere – intendiamoci – in carne ed ossa. Ma la retorica dell’amore e dei sentimenti e quella ormai familiare della morte. Quella per femminicidio di Lorena Isceri, ad esempio, e delle scuole dell’amore di Donato Metallo. Ma non una presenza sul palco, se si esclude una foto con Luciana Di Bisceglie presidente della Camera di commercio di Bari. Una circostanza che tradotta significa l’assenza di un posto di rilievo nelle liste elettorali e negli incarichi ufficiali, fuori dalla retorica. Eccoli sul palco, allora, tutti gli uomini della Puglia a stringersi la mano. Con le donne afasiche nelle retrovie, nonostante la declaratoria sull’aumentato numero di contratti nel mondo del lavoro, ma – neanche a dirlo – ancora a bassa retribuzione per il genere.
La Puglia con le sue crepe si è presentata sul palco, fra i soprusi di Stato (ex Ilva e ritardi infiniti per la Bari-Napoli), tradizioni mediterranee rivendicate (non il tormentone dell’autenticità territoriale andato in scena questa estate e ridimensionato da Decaro), e i mantra di sinistra sempre vivi ormai assorbiti da vent’anni ininterrotti di governo: accoglienza, lotta ai femminicidi, scuola dell’amore contro l’ideologia dell’uomo forte che protegge la donna debole, integrazione, dialogo. Una Puglia che allunga il collo verso la modernità arrampicandosi come può e che non lascia a terra il suo ruolo di centro nodale del Mediterraneo, di terra che sta in mezzo alle altre terre con i piedi piantati nell’acqua, ambasciatrice di dialogo di pace. Una Puglia che ha alzato la testa, certo. O almeno ci prova a guardare dritta negli occhi il Nord. Ma non può farcela da sola perché, come ha ricordato Decaro, «nessuno vince da solo». La lettera per Roma è partita.
