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La classica guerra tra poveri – L’EDITORIALE

La classica guerra tra poveri – L’EDITORIALE
Le proteste in Puglia: gli olivicoltori in piazza Prefettura a Bari, il corteo degli operai dell’ex Ilva di Taranto e gli autotrasportatori che bloccano le strade nel Foggiano

Trenta chilometri di coda, strade bloccate, automobilisti esasperati. Persone che si sono ritrovate a pagare il prezzo di una protesta della quale magari condividono persino le ragioni. È il rischio più grande: trasformare una battaglia per il lavoro in una guerra tra poveri.

Ma sarebbe un errore fermarsi ai disagi. Ieri ho parlato con Michele Perrotti, uno dei camionisti in protesta. Mi ha detto: «Se dobbiamo fallire, meglio fallire fermi nei parcheggi, senza debiti». Pensateci.

Un imprenditore che considera meno dannoso fermare il proprio mezzo piuttosto che continuare a lavorare. E non è molto diverso dal paradosso che vivono gli olivicoltori pugliesi. Dopo un anno di sacrifici, qualcuno potrebbe decidere di non raccogliere neppure le olive. Perché pagare la raccolta costerebbe più di quanto si riuscirebbe a guadagnare vendendole. Meglio perdere un anno di lavoro che aggiungere altre perdite. Assurdo, ma è così.

Poi c’è Taranto, con gli operai dell’ex Ilva che scioperano perché non sanno quale futuro li aspetti. Tre crisi diverse, ma un problema comune: il lavoro che non garantisce più certezze. Comprendere le ragioni di una protesta, naturalmente, non significa giustificare tutto. Il diritto di manifestare non può cancellare quello degli altri di lavorare e muoversi liberamente. Ma non possiamo neppure pretendere che chi è in difficoltà aspetti all’infinito.

La Puglia non è diventata una polveriera da un giorno all’altro. Il punto, ora, non è soltanto trovare il modo di far cessare le proteste. È dare risposte a chi protesta, possibilmente prima che sia costretto a scendere in strada. Perché un Paese nel quale conviene fermarsi piuttosto che lavorare ha un problema molto più grande di qualche chilometro di coda.