Nei giorni scorsi, mi è capitato di leggere la versione italiana di un articolo di Edoardo Secchi, imprenditore ed editorialista, scritto su «Le Figaro». Un articolo che ha girato parecchio anche sui social, a partire da Dagospia, dal titolo «L’Italia non perde semplicemente giovani: trasferisce all’estero la propria classe dirigente».
Secchi riporta alcuni dati: per la prima volta dall’Unità d’Italia, il Paese conta più cittadini all’estero (6,4 milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. «Questo sorpasso – scrive l’imprenditore – avvenuto nel 2025, non ha nulla a che vedere con la congiuntura economica, nè con la crisi migratoria: segnala l’esaurimento demografico di una nazione che esporta proprio ciò che dovrebbe trattenere». Cioè, i propri talenti.
L’Italia, in buona sostanza, forma talenti grazie alle imposte dei contribuenti e, poi, cede produttività e gettito fiscale ad altri Paesi. Non si emigra più per povertà, per Secchi, ma la dinamica che muove i flussi si concentra sul binomio: capitale umano altamente qualificato/opportunità globali. Chi lascia l’Italia lo fa in un’età in cui si mette su famiglia. E spiega Secchi: «L’esodo non svuota solo le casse dello Stato, ma consuma il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua ad essere percepito come transitorio nonostante il suo carattere ormai strutturale».
Nelle nostre pagine, oggi, riportiamo anche un focus dei dati sui flussi tra Milano e la Puglia emersi nel corso del meeting promosso nei giorni scorsi dall’assessorato al Bilancio del Comune di Milano e dall’Associazione pugliesi. Dimostrano, fra le altre cose, che i flussi verso Milano dalla Puglia sono rimasti pressochè uguali in 60 anni.
Tanti erano i padri che emigravano e altrettanti sono i figli. Con una dote diversa però: non emigra più manodopera operaia a basso costo, ma i figli o i nipoti di quella generazione di emigranti (migranti?) che hanno potuto studiare grazie ai sacrifici di chi li ha preceduti. I dati forniti dall’associazione pugliesi a Milano parlano di 60mila residenti pugliesi: una città. E solo a Milano. Questo per il traffico interno di cervelli.
Ogni anno, invece, l’Italia – secondo i dati di Secchi – perde 90mila abitanti circa per esodi in altre nazioni confinanti. «Tra il 2011 e il 2024, 486mila giovani italiani sotto i 34 anni sono migrati verso le principali economie avanzate – Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna – contro appena 55mila giovani stranieri qualificati entrati nel nostro Paese: un rapporto di 9 a 1». Naturalmente una quota rilevante di questi giovani è composta da laureati e con profili altamente qualificati. Di qui l’assunto: Il Paese non perde solo giovani, ma trasferisce all’estero la propria classe dirigente. Ecco, se c’è un’emergenza in questo Paese è esattamente questa. Nel 2018, già Chantal Saint-Blancat (UniPadova), intervenendo al «Festival dei saperi di genere», ideato da Romana Recchia Luciani (Uniba), portò la sua testimonianza poi tradotta nel libro «Ricercare altrove».
Il libro restituisce, attraverso esperienze raccolte con interviste e questionari, la complessità delle traiettorie biografiche, scientifiche e professionali di ingegneri, fisici, matematici italiani espatriati in Europa. I risultati di questa ricerca interrogano non solo il mondo scientifico, ma il sistema Paese. Gli scienziati italiani all’estero, in larga parte convinti che non ritorneranno, non si considerano cervelli in fuga e vorrebbero rappresentare una risorsa per il loro Paese, ma ritengono che l’Italia non riesca a vederli come tali.
La soluzione proposta dalla docente al festival fu quella di partire dal formidabile giacimento di conoscenze che essi rappresentano per promuovere un network virtuoso, centrato sulla collaborazione, lo scambio e la valorizzazione delle rispettive attività di ricerca. Il danno è rilevante. Basti pensare che il rapporto Cnel ha quantificato l’emorragia di cervelli e di classe dirigente in 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del Pil cumulato nello stesso periodo. L’Italia, in buona sostanza, rileva lo stesso Secchi, «scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con un altro a produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita a medio termine».
Operando una sostituzione qualitativa inversa rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia si condanna «a produrre un’economia calibrata su servizi di base e di subfornitura industriale», mentre i vicini consolidano il proprio vantaggio tecnologico. Il ricambio delle elite e l’ascensore sociale restano ancora temi fortemente sottovalutati.
