A Foggia non serve più un assessore al verde. Serve un pastore. Uno vero, con il bastone, il cappello e la pazienza millenaria di chi ha capito che la natura vince sempre, soprattutto quando l’amministrazione perde sistematicamente. Perché qui il verde pubblico non è un servizio: è un fallimento strutturale, un monumento vivente all’incapacità organizzata.
La gara d’appalto si è incagliata al Tar come una pecora testarda in un fosso, le ditte ricorrono, le carte si accumulano, e intanto la città viene lentamente inghiottita da un ecosistema spontaneo che nemmeno il Parco del Gargano nei suoi giorni migliori. Le erbacce non crescono: trionfano. Invadono marciapiedi, rotatorie, scuole, perfino i pensieri dei cittadini, che ormai vivono con la sensazione di essere comparse in un film postapocalittico girato però con la fotografia sbagliata. E allora, in questo scenario di abbandono programmato, ecco l’idea che nessuno aveva il coraggio di dire ad alta voce: l’ecopascolo.
Pecore. Mandrie. Transumanza urbana. Il ritorno dei tratturi non per cultura, ma per necessità. Un piano B che sa di Medioevo, ma almeno il Medioevo funzionava.
Perché diciamolo: le pecore non fanno ricorsi. Non chiedono proroghe. Non litigano sui ribassi. Non spariscono dopo aver vinto un lotto. E soprattutto: lavorano.
Immaginate la scena feroce e perfetta: un gregge che attraversa via Manfredonia, ripulendo in mezz’ora ciò che nessuna ditta riesce a gestire in mesi. Le pecore che entrano nelle rotatorie come squadre speciali, masticando il degrado con una professionalità che farebbe arrossire qualsiasi appaltatore. Il pastore che, fermo al semaforo, guarda la città e pensa: «Qui non serve un piano del verde. Serve un miracolo». E forse il miracolo è proprio questo: accettare che la modernità ha fallito, che la burocrazia ha perso, che il verde pubblico è diventato un campo di battaglia dove l’unico esercito efficiente è quello lanoso. Foggia potrebbe perfino trasformarlo in brand: «Ecopascolo Foggiano: la città che torna alle origini perché il futuro non è pervenuto». E mentre le pecore ripuliscono, i cittadini potrebbero finalmente rivedere l’asfalto, le aiuole, i marciapiedi. Scoprire che sotto un metro di erbacce c’era ancora una città. Una città stanca, ferita, ma forse pronta a una verità feroce: quando la politica si perde, la transumanza ritrova la strada.
