E alla fine la Corte d’Appello di Milano ha scritto la parola fine della fabbrica dell’acciaio più grande d’Italia: l’ex Ilva. Almeno per come l’abbiamo conosciuta. Sembra incredibile che questo giorno potesse arrivare, ma il verdetto non lascia spazio alle interpretazioni: tra il diritto a esercitare un’attività d’impresa e quello alla salute, deve prevalere quest’ultimo.
Il provvedimento stabilisce che l’area a caldo deve restare ferma finché l’azienda non avrà rimosso tutto l’amianto e trovato il modo di portare l’emissione di polveri sottili entro i livelli di sicurezza. Per ottemperare al pronunciamento, subito dopo la metà di settembre cominceranno le operazioni di spegnimento.
Ma che significa questo per Taranto? Gli investitori che avevano intenzione di rilevare lo stabilimento, fin da subito avevano fatto proposte riguardanti solo l’area a freddo (così Jindal, che in seguito aveva modificato la proposta per sbaragliare i concorrenti, come la cordata italiana). E dunque in un paio di mesi la partita potrebbe ancora chiudersi. Come? Questo è da vedersi, perchè la soluzione potrebbe passare dall’acquisto delle bramme (che prima venivano prodotte nell’area a caldo) per poi essere lavorate in «coils» (i rotoloni metallici) che si fanno solo a Taranto.
Non a Genova, nè a Corigliano che potrebbero subire il contraccolpo più duro dal punto di vista occupazionale, visto che lavoravano il prodotto che da Taranto arrivava. Quindi, sul piano occupazionale la questione è molto seria: la gran parte della manodopera impiegata è proprio quella che operava nell’area a caldo e 2.500 licenziamenti dell’indotto erano già pronti a partire in attesa della decisione della Corte.
Attualmente ci sono tremila cassaintegrati a rotazione, ma con la chiusura degli altoforni 2 e 4 questo in manutenzione (gli altri tre erano già spenti) se ne potrebbero aggiungere altri 6500-7000 che andranno tutti in cassa integrazione, alimentando, forse, il mercato del lavoro nero. Una bella gatta da pelare per il cauto presidente della Regione, Antonio Decaro, che vede deflagrare ora nelle sue mani una possibile bomba sociale.
Le soluzioni tampone, infatti, non possono andare avanti all’infinito e senza commesse la cassa dell’Ilva è vuota. La presidente del Consiglio Meloni ha già messo le mani avanti con quel «non dipende da noi» rigettando le responsabilità della scelta sulla magistratura. Tuttavia spetta all’esecutivo cercare una soluzione.
Al momento, però, è tutto in stallo. La città è frastornata. E anche la politica per una notizia così enorme: il gigante è caduto. Da una parte si teme il ritorno alla lotta operaia dura dei tempi andati nel caso in cui la cassa integrazione non fosse confermata sine die. Mentre dall’altra parte c’è chi si frega le mani pronto a spartirsi le spoglie di ciò che resta: una fabbrichetta dell’acciaio e soprattutto i terreni. Gioisce, non senza preoccupazione, la città che torna a respirare. Forse, per la prima volta, aria pura dopo 60 anni.
