Cartagine brucia. Si corra ai ripari. La definizione dell’accordo per la cessione dello stabilimento siderurgico di Taranto – il più grande d’Europa – agli acciaieri indiani di Jindal che sembra navigare verso la chiusura, ha sollevato un velo. La posizione determinata di Palazzo Chigi ha avuto il merito di scoprire le carte. Sui dettagli dell’accordo si tornerà più in là, quando se ne saprà di più. Il merito di oggi consiste nell’aver stanato gli imprenditori italiani del settore metalmeccanico che oggi gridano: «Al fuoco, al fuoco».
Accorgendosi con immenso ritardo che uno dei settori strategici per il Paese – la produzione di acciaio – sta involandosi verso mani straniere e che – come dice lo stesso presidente di Federmeccanica, Simone Bettini – ci rimarranno solo le spiagge e il turismo. Pleonastica la domanda: ma in questi due anni di trattativa dov’erano gli industriali di settore? C’è stato qualche timido tentativo di interlocuzione, sì, affidato ad imprenditori forse troppo anziani per portare a casa una sfida così gravosa. Il risultato, oggi, è che il presidente Belotti chiede uno strapuntino.
Chiede di capire se ci sono ancora margini di trattativa in questa sfibrante trattativa che ha portato a depauperare le tasche dei cittadini che si sono dovuti accollare una cassa integrazione infinita e costosissima, che sarebbe potuta terminare prima, ma doverosa vista la disattenzione statale – un eufemismo – verso Taranto e la sua tragedia umana, lavorativa e ambientale. Cartagine brucia. Certo. Speriamo, allora, che non finisca come nella Terza guerra punica, con la fabbrica rasa al suolo o indebolita da un concorrente che ha tutto l’interesse a vederla spegnersi, lasciandosi dietro solo rovine. Mentre il costo sociale salirà alle stelle. Piaccia o non piaccia la fabbrica.
