E allora il Sulcis Iglesiente Guspinese, uno dei territori più contaminati d’Italia, il cui disastro ambientale è stato causato da oltre un secolo di attività minerarie e da decenni di insediamenti industriali e metallurgici, ha scelto. Ha scelto di rimodulare una parte dei suoi 367 milioni di euro di fondi del «Just Transition Found» – parole complicate che stanno a significare soldi per la riconversione ecologica da parte dell’Europa – ad una serie di attività che includono, sì, le bonifiche ambientali, ma anche l’abitare accessibile e sostenibile, la transizione industriale ed energetica.
Perchè ci interessa il Sulcis? Che c’azzecca, direbbe il solito Di Pietro? C’azzecca, perchè con il Sulcis noi pugliesi ci dividiamo una parte di quei fondi che, per Taranto, sono molti di più ed ammontano a circa 750 milioni di euro. Bene, nelle scorse ore la giunta sarda, a guida Movimento 5 Stelle e Pd, ha deciso di rivedere la destinazione di una parte di quelle risorse assegnandole a capitoli che le stesse forze di maggioranza, ma anche gli imprenditori locali, avevano chiesto: all’housing sociale vanno 25 milioni, 44 a energia e imprese, 35 alla riqualificazione professionale e inserimento al lavoro, 89,5 milioni di euro per il sostegno alla transizione e diversificazione dell’economia locale.
La giunta ha ascoltato chi investe in quel territorio, ha modificato i codici di indirizzo delle risorse, ha proposto il nuovo piano a Palazzo Chigi che lo ha approvato.
Bene. Territorio, imprese, visione collegiale, ascolto, fondi da investire e gestire in simbiosi hanno trovato una convergenza.
La politica ha ascoltato le richieste che vengono dagli imprenditori locali ed ha agito di conseguenza. In Puglia, invece, ben 750 milioni di euro degli stessi fondi vengono indirizzati dalla giunta regionale in perfetta solitudine e con il noto decisionismo che abbiamo ormai imparato a conoscere.
Mena, mena forte Antò. Confcommercio, Confindustria, sindaco di Taranto chiedono di non investire quei danari – che per Taranto potrebbero essere gli ultimi – solo in brioches, ma anche nel pane che il popolo affamato chiede, ma niente. Quindi, aiuti concreti al tessuto imprenditoriale locale, alla gestione degli impianti sportivi che i Giochi del Mediterraneo lasceranno sul campo, alle opportunità di lavoro. La giunta pugliese (stesso segno politico di quella sarda, seppure assortita diversamente) resta chiusa nella sua torre d’avorio. Altrettanto fanno le forze di centrosinistra, al contrario di quelle sarde che hanno contribuito alle modifiche.
È vero che la politica economica dei governi di centrosinistra in questo Paese, negli anni ‘60, era basata sull’idea della «programmazione economica». Vale a dire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, definiva gli obiettivi di sviluppo e la visione strategica e le imprese private dovevano adeguare i loro piani a queste direttive. Ma erano gli anni ‘60, presidente, e di acqua ne è passata sotto i ponti. Ed oggi, con il Pnrr agli sgoccioli, è una manna dal cielo che qualche impenditore del Sud abbia voglia ancora di investire e crederci in un territorio come quello di Taranto.
Scenda, allora, dalla sua torre d’avorio e si confronti. Anche perchè la sua visione strategica per Taranto non è mica, poi, così chiara. Per ora solo bisbigli.
