L’ordine nato dopo la Seconda guerra mondiale si basava su regole: sovranità degli Stati, uguaglianza giuridica, divieto della forza. L’Onu ne era il fondamento. Non era perfetto, ma, pur tra interpretazioni estensive e forzature ha resistito per quasi ottanta anni.
L’invasione dell’Ucraina ha rotto un tabù decisivo: si può di nuovo cambiare i confini con la guerra o almeno provarci. A seguire la devastazione di Gaza, le tensioni – per usare un eufemismo – nel Golfo, l’imposta rivoluzione venezuelana. Il filo conduttore è chiaro: le regole internazionali valgono meno quando manca la volontà di farle rispettare.
Gli effetti si palesano in fretta. Il sistema internazionale diventa più fluido, più pericoloso e il linguaggio cambia. Parole come invasione, bombardamento, radere al suolo tornano normali nei dibattiti pubblici e la soglia di ciò che appare possibile si abbassa ogni giorno di più.
Intanto, una trasformazione parallela avanza invisibile: la tecnologia. L’intelligenza artificiale non solo innova la vita di tutti, ma ridefinisce i rapporti di forza, i tempi decisionali, i costi economici del conflitto. La guerra si evolve. Droni che operano autonomi, attacchi nel cyberspazio, sistemi d’arma senza controllo umano diretto. Meno soldati caduti significa meno resistenza politica interna. La soglia psicologica per iniziare uno scontro si abbassa.
Anche il potere cambia, non si concentra, ma anzi, si disperde. È in corso una vera e propria ridistribuzione di ruoli e alleanze. L’Asia ha moltiplicato il suo peso economico e geopolitico mentre il Sud globale non accetta più un ruolo subordinato e nessuna superpotenza domina in modo esclusivo il proprio tradizionale ambito di forza. Gli Stati mutano allineamenti e strategie, cooperano su temi singoli, competono su altri. I blocchi rigidi, ormai, appartengono alla storia.
In questa cornice, l’Europa occupa uno spazio particolare. Rimane una potenza economica e normativa rilevante. Le sue regole influenzano il commercio globale, la transizione ecologica, la governance digitale. Ma fra divisioni interne, debolezze strutturali e conflitti di interesse nazionale, non riesce a convertire questo peso in una reale autonomia strategica. Il rischio, quindi, è perdere centralità mentre il mondo, intorno, si riorganizza.
C’è però un’altra strada. Se l’UE trovasse coesione vera, in questo i dibattiti sul veto sono sempre attuali, non sarebbe più un’appendice di Washington o un semplice mercato di sbocco per la Cina. Diventerebbe una forza autonoma in un mondo sempre più multipolare; una potenza militare ed un attore politico e normativo capace di fare scelte indipendenti e farle rispettare con il peso economico e regolatorio di cui dispone.
Qui emerge il significato concreto dei nuovi inizi. Non significa tornare a come erano le cose, ma riconoscere la rottura avvenuta e governarne consapevolmente i processi conseguenti. L’accesso a informazioni verificate, la capacità di comprendere dinamiche e scelte istituzionali complesse: questi fattori determinano la differenza tra caos e cambiamento.
La spesso sottovalutata storia insegna che nulla cambia in un istante, soprattutto l’ordine negli e tra gli Stati. Tempi di caos: nuovi spazi di possibilità che si aprono dunque.
I nuovi inizi dipendono dalla capacità di tutti di mantenere l’attenzione vigile, informarsi con cura dei fatti, decidere con lucidità. In Europa, dove il sistema ancora lo consente, il margine per orientare gli eventi rimane reale e significativo. In un mondo multipolare anche sui singoli ricade, quindi, la responsabilità di affrontare la troppo spesso banalizzata complessità.
Francesco Emanuele Celentano è coordinatore del Centro di documentazione europea di Brindisi










