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“L’Uragano” di Lucio Presta: successi, strappi e solitudini del re degli agenti

Il libro ha una parola chiave: «Uragano!». E uragano è stato, anche se, per ora, nulla è cambiato per i protagonisti citati. Il libro è quello del grande agente Lucio Presta, quello che rappresenta Roberto Benigni, Antonella Clerici, Paola Perego (che ha sposato in seconde nozze quando aveva già due figli grandi), quello che ha…
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Il libro ha una parola chiave: «Uragano!». E uragano è stato, anche se, per ora, nulla è cambiato per i protagonisti citati.

Il libro è quello del grande agente Lucio Presta, quello che rappresenta Roberto Benigni, Antonella Clerici, Paola Perego (che ha sposato in seconde nozze quando aveva già due figli grandi), quello che ha tanto lavorato per Sanremo («Ne ho fatti cinque») con il manager Gianmarco Mazzi (oggi ministro del Turismo) si intitola appunto «L’uragano – sole, fulmini e saette».

Però nell’ambiente dello spettacolo si è parlato ovviamente e soprattutto dei fulmini, quelli per Paolo Bonolis e Amadeus, suoi ex assistiti che lo hanno lasciato per colpa, scrive Presta, di Sonia Bruganelli, ex moglie di Bonolis, che lo avrebbe allontanato dalla sua agenzia, l’«Arcobaleno Tre», e la stessa responsabilità viene attribuita a Giovanna Civitillo. Ora tutti e due fanno da soli.

Lo ha lasciato, invece, Stefano De Martino per andare da un altro agente e a un incontro casuale Presta gli ha detto «traditore», si legge nel libro.

E si è parlato anche delle saette contro chi ha fatto soffrire sua moglie Paola Perego («E ancora ne soffre perché non tornerà mai più a Rai1, ne sono certo», mi dice sicuro), come l’allora presidente della Rai, Monica Maggioni, o la presidente della Camera, Laura Boldrini,che fecero dichiarazioni durissime contro Paola Perego per colpa di un servizio sulle donne dell’Est ritenuto offensivo per il genere femminile. Eppure nel libro c’è anche tanto sole e amore. A partire da Jon Lei, un ballerino e coreografo di colore.

Lucio, avevi sedici anni e lo avevi visto danzare ne I canti gregoriani a Roma su dispensa di Papa Paolo VI. Praticamente è tutto partito da lì.

«Sì, tutto è partito da lì. Mi ero detto: “Se un giorno lo incontrerò, quell’uomo, mi dedicherò alla danza”».

E così è stato.

«Per caso a Milano».

Tu eri rimasto abbagliato perché hai visto uno spettacolo? Però è strano, perché tu avevi 17 anni.

«È stato un colpo di fulmine. Sono andato alla sua scuola e ho capito che mi sarebbe piaciuto».

Con lui hai toccato il cielo nello spettacolo.

«Basti pensare che faceva le coreografie di Adriano Celentano, nei suoi film. Gli sono sempre stato legato, fino a quando nel 1982 si è ammalato, allora non si parlava di AIDS. Mi dicevano tubercolosi. Con una coppia di amici, dopo mesi, decidemmo di farlo tornare in America dai suoi familiari, organizzammo il trasporto e l’assistenza medica per portarlo a Minneapolis. Non parlava più, ma i nostri occhi trasmettevano tutta la mia gratitudine. A Jon Lei devo tutto, senza di lui la mia vita di lavoro sarebbe stata diversa».

Dopo hai avuto anche la fortuna di arrivare quasi subito in prima classe nel lavoro.

«Come sempre, la fortuna non mi ha mai abbandonato».

E sei arrivato addirittura al primo «Fantastico» cui ne sarebbe seguiti altri.

«Sì, Fantastico, il primo Fantastico, e c’è stato l’incontro con Franco Miseria, il grande coreografo che poi ho voluto a Sanremo, Heather Parisi, Gianni Brezza che già lavorava e amava Loretta Goggi, che poi ha sposato. Gianni Brezza era ancora primo ballerino, poi dopo quel Fantastico avrebbe fatto solo il coreografo. L’incontro magico è stato all’uscita dagli studi della Rai in Fiera: gli avevano rubato la macchina».

E nel libro si legge che ti ha rubato il «Ciao», il motorino.

«No, non è che me l’ha rubato. Mi ha chiesto dove abitavo, io gli ho detto “Piazzale Cadorna”. Noi eravamo alla Rai e lui abitava più lontano. Mi ha detto: “Il primo ballerino ti sequestra il motorino e tu vai col tram”. E così è stato, finché non ha trovato un’altra macchina».

Spudorato?

«Be’, però, sai, lì c’erano i gradi che glielo permettevano… E poi per me era un mito».

Tu nel frattempo hai lasciato perdere la danza.

«Quando ho capito che non era cosa. Il massimo della mia prostrazione tersicorea è quando, vestito da spermatozoo, ho fatto il balletto per Renato Zero».

Però hai continuato a frequentare Gianni Brezza.

«Un grande amico. Poi si è ammalato, era molto grave. Avrei voluto stargli accanto, ma lui non voleva farsi vedere così provato, ci sentivamo solo per telefono».

Nel tuo libro c’è una frase da brividi.

«Un giorno mi ha domandato perché lo chiamassi sempre. “Perché ti voglio bene”, risposi. Ridendo, prendendomi in giro, disse: “Pensavo lo facessi per un altro motivo, non ti lascio niente”. Scherzava. Gli dissi: “Tutto quello che dovevi darmi me l’hai già dato, la tua amicizia”».

È una frase molto forte.

«Per me è stato molto doloroso, sì. Ho perso una guida sicura».

Fa male non poter stare più vicino a chi se ne sta per andare.

«Gianni aveva il senso della bellezza. Io l’ho conosciuto quando stava bene, era un uomo bellissimo. Posso capire che poi non volesse farsi vedere. Al funerale, Loretta Goggi mi domandò solo: “E adesso come faremo senza Gianni?”. Non ho mai trovato una risposta, mi manca sempre».

Scrivendo sulla tua vita professionale di agente c’è un lungo capitolo su Heather Parisi. In fondo hai iniziato a provare le tue capacità di agente con lei. Parlando di un periodo di lavoro scrivi «Siamo quasi innamorati». Eri innamorato davvero?

«No, non nel senso sentimentale. Ero perdutamente innamorato di lei come artista».

Lei deve essere grata a questo libro. Nel mondo del balletto non era considerata un faro di luce.

«Stiamo parlando invece di una delle artiste più importanti d’Europa, se non del mondo. Però aveva un carattere tremendo. Non conosce il limite».

Le hai intentato anche due cause legali.

«Sì, e tra una causa e l’altra l’avevo anche ripresa. Ma alla seconda mi sono stufato. Ognuno per la sua strada».

Ma ne hai sofferto.

«Assolutamente».

Ti presenti da duro in tv, ma tu sei un uomo che sa anche soffrire e non se ne vergogna.

«Uno dei momenti più duri della mia vita riguarda mia moglie, Paola Perego. Quello che le è successo non me lo perdonerò mai. Ha cambiato la sua carriera. Tutto risale a quella trasmissione, dove c’eri anche tu, Roberto, dove si parlava di donne dell’Est. Ne fecero un caso e da quel momento Paola, che era assolutamente innocente, non lavorò più per Rai 1».

Nella vita capitano momenti neri, avresti voluto proteggerla di più, ma Paola non te ne ha mai fatto una colpa.

«No, e questo mi fa soffrire ancora di più».

Scrivi: «Io spero di essere riuscito, almeno in parte, a restituirle un po’ di quella serenità che lei ha donato a me. Ma so che non sempre sono stato all’altezza». Ti tormenti?

«So di non essere stato capace di tranquillizzarla, di alleviare quel dolore, quando la trasmissione fu chiusa. Le chiedo scusa anche oggi».

Ripeto, bisogna saper girare pagina, dimenticare. Nel tuo libro ci sono ricordi amari, Amadeus è uno di questi.

«Ha seguito il consiglio della moglie Giovanna Civitillo ed è uscito dal mio lavoro. A volte si fanno scelte sotto la bandiera dell’amore. Sua moglie riteneva che fossi una presenza ingombrante. D’altra parte la riconoscenza è il sentimento del giorno prima, come mi disse una volta Giulio Andreotti».

Dici che è la «sindrome rancorosa del beneficiato».

«Pure questo me lo disse Giulio Andreotti, non me lo dimenticherò mai, Maria Rita Parsi ci fece anche il titolo di un suo libro e me lo disse».

Poi anche nel caso Amadeus ci sono stati avvocati, come è successo con Heather Parisi?

«No, non siamo mai andati in causa. Ha onorato il contratto».

Colpisce quanto entri nella vita privata dei tuoi assistiti.

«Con alcuni ho un rapporto fraterno. Per questo la sofferenza è ancora più forte».

Come con Antonella Clerici.

«Per me è come una sorella, intelligente, sensibile, autentica. Da vent’anni lavoriamo insieme».

Con lei sei intervenuto anche in situazioni delicate.

«Preferisco sorvolare ora, ne parlo nel libro, quando sono andato ad aiutarla dopo una lite con Eddy, allora suo compagno. Mi chiamò tardi. Mi bastò dirgli: “Adesso prenditela con me e ora prepara i bagagli”».

Ora ha trovato l’uomo giusto, Vittorio Garrone, mi dicono che sia un uomo fantastico.

«Sì, Vittorio è un uomo che merita questo nome, un uomo vero».

Fa tanto parlare la polemica, uscita dopo la pubblicazione del libro, con Sonia Bruganelli, la tua separazione da Paolo Bonolis sembra sia partita da lei.

«Paolo è l’amico che mi manca e mi manca tanto. Lui è vittima della sindrome di Stoccolma, secondo me è così».

Da giovane manager, hai incontrato Roberto Benigni, che grazie anche a te, ha portato la grande cultura in prima serata.

«Benigni avrebbe vinto l’Oscar nel 1999 con La vita è bella. Lo volevano in tutto il mondo, ma lui ha voluto realizzare progetti che sentisse».

E tu sempre al suo fianco. Benigni ha fatto l’anagramma del tuo nome Lucio Presta.

«Lo ha anche scritto: “È più scaltro”».

Ti riconosci?

«Significa saper uscire dai problemi, non essere furbi in senso negativo. Ed io lavoro per questo: per risolvere i problemi e permettere ai miei artisti di essere sereni sul palco, perché alla fine è tutto sulle loro spalle, ma solo alla fine. Il mio compito è quello di metterli in condizione di poterli fare esibire al meglio».

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