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Faida tra clan a Bari, il procuratore Rossi: «Nuove leve sfacciate e arroganti». La Dda: «Ostentazione della violenza»

La criminalità organizzata sta cambiando, «con i giovani che tendono a mostrarsi sui social. Lo si vede dalla sfacciataggine e dall'arroganza con cui vengono commessi reati in maniera visibile, ritenendo non più importante nascondersi». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Bari, Roberto Rossi, parlando dell'operazione eseguita oggi dalla Dda che ha permesso di…
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La criminalità organizzata sta cambiando, «con i giovani che tendono a mostrarsi sui social. Lo si vede dalla sfacciataggine e dall’arroganza con cui vengono commessi reati in maniera visibile, ritenendo non più importante nascondersi». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Bari, Roberto Rossi, parlando dell’operazione eseguita oggi dalla Dda che ha permesso di portare in carcere i presunti autori degli omicidi di Lello Capriati e Filippo Scavo, maturati nell’ambito della faida tra i clan mafiosi Capriati e Strisciuglio.

I dettagli dell’inchiesta e i nomi degli arrestati

I contrasti tra i clan, iniziati nel 1997 e di fatto mai sopiti – secondo la Dda -, sarebbero alla base degli omicidi di Raffaele “Lello” Capriati, ucciso la sera di Pasquetta del 2024, e Filippo Scavo, assassinato con un colpo di pistola alla base del collo all’alba del 19 aprile scorso.

Oggi, sulla base di indagini della Dda, polizia e carabinieri hanno arrestato 11 persone, e ne hanno fermate tre, con le accuse (contestate a vario titolo) di omicidio, tentato omicidio e altri reati in materia di armi e droga.

I tre fermi si riferiscono all’omicidio Scavo, sottoposti a misura sono il 22enne Dylan Capriati (nipote di Lello) e i giovani Aldo Lagioia e Nicola Morelli. Per l’omicidio di Capriati, invece, sono stati arrestati il pluripregiudicato Luca Marinelli (già in carcere) e Nunzio Losacco: il primo è ritenuto l’esecutore materiale, il secondo avrebbe guidato la moto con cui i due avrebbero raggiunto Capriati, che quella sera era in macchina nel quartiere Torre a Mare insieme a una donna rimasta illesa.

Come ricostruito dalle indagini, Lello Capriati (scarcerato nel 2022 dopo aver trascorso 17 anni in cella per l’omicidio dell’innocente Michele Fazio, ucciso nel 2001) avrebbe fatto da paciere tra i due clan, pace rotta proprio da Scavo che, il 29 aprile 2024, avrebbe minacciato con una pistola, all’esterno di un pub, Christian Capriati, figlio di Lello.

Poche ore dopo, Christian e il fratello Sabino avrebbero ferito a colpi di pistola, nel quartiere Carbonara, due giovani vicini agli Strisciuglio. Due giorni dopo fu ucciso Lello Capriati. E per questo l’omicidio di Scavo, hanno sottolineato gli inquirenti, sarebbe una risposta a quello di Capriati. Scavo, da quanto ricostruito, sarebbe stato ucciso in appena 11 secondi.

Il «grande sistema interforze» che ha portato agli arresti

Alle indagini che hanno portato agli 11 arresti e ai tre fermi eseguiti oggi hanno partecipato la squadra mobile di Bari, il nucleo investigativo dei carabinieri della Bat, il reparto operativo dei carabinieri e il reparto anticrimine di Bari. Contemporaneamente, la Guardia di finanza ha lavorato alle misure patrimoniali nei confronti degli indagati.

Anche per questo il pm Paolo Savio ha elogiato in conferenza stampa il «grande sistema di coordinamento» interforze del distretto di Bari, che costituisce «un modello virtuoso di cooperazione».

Il procuratore Rossi ha sottolineato che «la lotta alla criminalità organizzata è un obiettivo comune, per questo chiedo a gran voce che non venga ridotta la forza delle Procure e delle forze dell’ordine». E ha sottolineato come «alcuni interventi normativi hanno già ridotto questa forza».

Rossi: «Gli arrestati hanno già il cellulare in cella»

Oggi, «a differenza che in passato – ha evidenziato il procuratore Rossi a margine della conferenza stampa -, il carcere non ha più la funzione di separazione di chi viene arrestato con il proprio mondo: oggi tutti hanno cellulari in cella e li usano anche per fare dirette sui social. Siamo sicuri che gli stessi che abbiamo arrestato oggi abbiano già dispositivi con cui parlare».

Rossi ha sottolineato la necessità di «intervenire tempestivamente altrimenti il nostro lavoro è inutile. Oggi è più facile controllare chi è in casa, agli arresti domiciliari, che chi è in carcere».

La Dda di Bari: «I locali della movida moltiplicatore dello spaccio di droga»

Il procuratore aggiunto di Bari, Giuseppe Gatti, coordinatore della Dda, ha sottolineato che «il baricentro operativo della camorra barese, sempre più protesa al narcotraffico, si è orientato verso i locali della movida, diventati un moltiplicatore del mercato degli stupefacenti e luoghi di amplificazione e consolidamento della fama criminale e mafiosa. A questo, si è aggiunta la marcata presenza di social e web che hanno sdoganato il modello criminale».

Gatti ha sottolineato che «da un lato c’è l’ostentazione della violenza spregiudicata, plateale ed eclatante, come matrice di riconoscimento del modello criminale. Dall’altro, c’è il legame stretto e accattivante tra potere, lusso e ricchezza».

Il coordinatore della Dda ha anche parlato del cambiamento in atto nei gruppi criminali baresi: «La prolungata detenzione di personaggi apicali della camorra barese, anche al 41 bis, ha generato un vuoto di potere che ha portato alla ribalta le giovani leve e a una contrapposizione violenta tra loro».

Negli anni, ha aggiunto Gatti, «si è passati da un modello gerarchico della criminalità organizzata a una rete interconnessa che comprende i social, i luoghi della movida e il carcere. Si tratta di uno straordinario fattore di potenziamento delle capacità di reclutamento giovanile della camorra barese, che si rivela quanto mai abile nell’attingere a tutte le sacche delle svariate forme di disagio giovanile. Non solo il disagio socio-economico, ma anche quello esistenziale».

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