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L’affondo dell’ex ministro della Cultura, Sangiuliano: «Bonaccini? La solita spocchia radical chic» – L’INTERVISTA

L’ex ministro della Cultura, a Bisceglie per presentare “Il Sultano”, accusa la sinistra di sentirsi depositaria della verità e di voler “educare”

L’affondo dell’ex ministro della Cultura, Sangiuliano: «Bonaccini? La solita spocchia radical chic» – L’INTERVISTA
(Foto ANSA – Alessandro Di Meo)

Gennaro Sangiuliano arriva a Libri nel Borgo Antico a Bisceglie con “Il Sultano” (Mondadori), il suo libro dedicato a Recep Tayyip Erdogan, ma basta poco perché la conversazione si sposti dalla Turchia all’Italia.

L’ex ministro della Cultura parla di Giorgia Meloni, replica duramente a Stefano Bonaccini, difende il servizio pubblico Rai ma soprattutto torna su uno dei dossier che aveva segnato il suo mandato: i finanziamenti al cinema. E lì la ricetta è netta: «Meno e meglio». Poi Napoli, i taxi e quelle vetture che, insiste, in alcuni casi versano in «condizioni indicibili».

Ministro, nel suo libro Il Sultano racconta Erdogan. Da Putin a Trump sembra essere la stagione dei leader forti. Giorgia Meloni appartiene alla stessa stagione politica?

«Giorgia Meloni è espressione di una democrazia, guida un’importante democrazia del mondo ed è una leader democratica. Così come lo è Donald Trump, diciamolo chiaramente. Io scrivo queste biografie perché credo sia importante scavare nella vita di questi personaggi, anche nella loro gioventù e nelle origini familiari. Serve a definirne il profilo psicologico e a comprendere le dinamiche, anche mentali, che guidano decisioni destinate poi a incidere sulla nostra vita quotidiana».

Che cosa ha scoperto di Erdogan che conoscevamo meno?

«Una cosa abbastanza curiosa: da giovane era un buon calciatore, giocava libero e lo chiamavano Beckenbauer perché aveva uno stile simile a quello del grande difensore tedesco. Per un’inezia non riuscì ad approdare in un grande club. Se fosse successo, probabilmente la sua vita avrebbe preso una piega completamente diversa. Oggi è certamente un personaggio centrale della geopolitica, nel Mediterraneo orientale e soprattutto in Medio Oriente, per il ruolo avuto in Siria e quello che sta giocando su Gaza. È un autocrate che incarcera giornalisti e oppositori politici, ma è un personaggio con il quale bisogna fare i conti».

Parliamo di attualità: Bonaccini ha detto che chi vota Meloni e Salvini ha studiato meno. Sociologia o snobismo?

«Io noto una piccola differenza. Ho un dottorato di ricerca in Diritto, e ne sono orgoglioso; l’ho conseguito, tra l’altro, con un professore di sinistra. Mi pare che Bonaccini si sia fermato al liceo, ma questo non ha alcuna importanza per fare politica. Conta la struttura della persona. Benedetto Croce non era laureato, eppure è stato uno dei più importanti filosofi del Novecento europeo».

Quindi?

«Questa è l’antica spocchia della sinistra radical chic. Anzi, a Bonaccini ricorderei anche da dove viene quell’espressione, resa celebre da Tom Wolfe: l’idea di certi ambienti benestanti che sposavano cause radicali continuando però a vivere nel proprio privilegio. È quella stessa presunzione intellettuale secondo cui loro possiedono il bene e la verità e devono educare gli altri».

Le chiedo del cinema italiano: deve imparare a stare sul mercato o è ancora giusto finanziarlo con denaro pubblico?

«Un minimo di finanziamento va dato. Ma siamo passati dai circa 400 milioni del 2017 al picco di 950 milioni del 2022. Francamente sono troppi. E sono troppi anche i film che si producono in Italia: siamo arrivati in alcuni momenti a settecento, ottocento film l’anno, mentre Francia e Germania ne fanno circa trecento».

Quindi taglierebbe?

«Secondo me bisogna contrarre il finanziamento e puntare sulle produzioni di qualità. La grande stagione del cinema italiano, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, nacque quando i produttori mettevano i propri capitali e finanziavano i film anche attraverso le cambiali. E sono venuti fuori capolavori che ricordiamo ancora oggi. Meno e meglio. Meno e meglio».

La destra ha sempre denunciato la lottizzazione della Rai. Arrivata al governo, l’ha abolita o ha semplicemente cambiato i lottizzatori?

«In Rai ci sono persone di tutte le tendenze. Credo che la Rai sia il servizio pubblico ed è importante avere un servizio pubblico. Poi, naturalmente, c’è la politica. Il resto sono declinazioni politiche».

Recentemente ha fatto discutere la sua denuncia sui taxi napoletani, parlando di vetture sporche e in cattive condizioni. Lo ripeterebbe?

«Penso che i tassisti napoletani siano, nella stragrande maggioranza, onesti lavoratori, persone che svolgono un servizio pubblico, perché ricordiamoci che il taxi è un servizio pubblico. Ma da quando ho sollevato la questione mi stanno arrivando moltissime fotografie inviate dai cittadini».

E cosa mostrano?

«Taxi che, francamente, in alcuni casi sono in condizioni indicibili. Come in tutte le categorie, c’è chi svolge bene il proprio lavoro, con onestà e diligenza, e chi invece necessita di un intervento dell’autorità perché venga rimesso in riga».