Nel suo libro 25 minuti di felicità. Senza mai perdere la malinconia, Enzo Iacchetti parte dalla propria storia e finisce inevitabilmente per fare i conti con il presente: le guerre, la sinistra, la Costituzione, la sanità, la televisione. Si definisce un uomo che non ha più molta voglia di avere paura. Ma respinge l’etichetta dell’opinionista: «Di mestiere faccio l’attore. Brillante, oso aggiungere». E rivendica soprattutto una libertà: quella di rispondere quando gli fanno una domanda. Domenica, alle 20.30, Iacchetti sarà a Largo Castello a Bisceglie, ospite di Libri nel Borgo Antico.
Nel libro scrive che oggi della pace sembra non importare più niente a nessuno. E aggiunge una frase molto forte: «Forse è perché la guerra rende infinitamente di più». Chi guadagna, oggi, dalle guerre?
«Tutta l’economia mondiale».
C’è qualcuno che, secondo lei, in Italia fa finta di volere la pace?
«Credo di no. Penso però che la pace sarà una cosa molto difficile da conquistare. L’uomo si massacra da quando era una scimmia: per un’arma, per un territorio, per un barile di petrolio. Raggiungere la pace ormai è difficile. Si potrebbe stare in pace, questo sì».
Lei sulla Palestina si è esposto molto, anche più di tanti cantanti e attori. C’è qualcuno che l’ha delusa per non aver preso una posizione chiara?
«Non ho mai chiesto ai miei colleghi o ai cantanti di esporsi. Penso che esporsi sia qualcosa che uno deve sentire. Preferisco chi sta zitto a chi pretende di spiegare agli altri che non dovrebbero dire ciò che pensano. Chi tace, per me, va benissimo. Non obbligo nessuno a fare quello che faccio io. Ma chi dice: “Noi non dobbiamo dire qual è il nostro pensiero” sta dando un ordine. E questo non mi sta bene».
Lei si è definito un militante comunista.
«Sono stato nel Partito comunista all’epoca di Berlinguer, avevo diciotto anni. Poi c’è gente che nella vita ha cambiato idea, ha cambiato strada. La mia idea di comunismo non è certo quella caricatura secondo cui i comunisti mangiano i bambini. Il comunismo non esiste più. Io sono uno che difende la povera gente, che cerca di aiutare, finché può, chi ha più bisogno di lui. Se questo è comunismo, allora sono comunista».
Nel libro rimpiange Berlinguer. Se vedesse la sinistra italiana di oggi, secondo lei voterebbe Pd?
«Assolutamente no. Non uscirebbe nemmeno dalla tomba. Rimarrebbe lì a riposare tranquillo».
E lei oggi chi voterebbe?
«Non saprei chi votare. Intanto perché a sinistra non si è ancora messo d’accordo nessuno. Sicuramente non voterei a destra. Se però non riuscissero a mettersi d’accordo, potrei anche tornare alle antiche abitudini: per vent’anni non sono andato a votare. Anche se oggi quelli che non votano mi fanno incazzare».
Nel libro scrive anche che siamo tornati a un punto in cui esponenti di governo possono mostrare nostalgia per il fascismo. Non è anacronistico, nel 2026, continuare a parlare di fascismo?
«Di nostalgismo no. Quello mi dà ancora una certa impressione. E mi fa paura quando si cerca di cambiare la Costituzione. Non sto dicendo che voler cambiare la Costituzione sia automaticamente fascismo. Però quella Costituzione l’hanno scritta i più grandi giuristi del dopoguerra, dopo quello che il nostro Paese aveva attraversato. Per me non andrebbe toccata».
Ma cambiano i tempi e cambia la società. Non è naturale aggiornare anche le regole che disciplinano la nostra vita?
«Se la Costituzione la legge bene, non trova articoli dei quali uno possa dire tranquillamente: questo ormai non serve più. È una sintesi di quello che si può e non si deve fare. Io non conosco una Costituzione più bella della nostra. Poi, se uno vuole tenersi in casa un busto di Mussolini, faccia pure. Io probabilmente a cena a casa sua non ci vado. E immagino che nemmeno lui inviterebbe me».
A luglio ha immaginato Vannacci a raccogliere pomodori e Salvini bloccato su un Frecciarossa.
«Sono battute che loro prendono malissimo, perché non hanno il senso dell’ironia».
E per questo la attaccano. Le pesa?
«Sono attaccato tutti i giorni. Ma il web non lo guardo. Cammino per strada e la gente mi abbraccia. Per fortuna, finora, è così. I topi da tastiera non so nemmeno che cosa scrivano e non mi interessa. Se qualcuno mi segnala qualcosa di ingiurioso o particolarmente pesante, allora vado dagli avvocati».
È stato parecchio criticato per aver detto che il ministro Schillaci dovrebbe provare ad aspettare otto mesi per una Tac.
«Sono stato frainteso. Volevo dire che i ministri, per qualche giorno, dovrebbero vivere come cittadini normali. Se Schillaci avesse bisogno di una Tac e dovesse aspettare otto mesi, capirebbe il problema. C’è gente che, per questi ritardi, scopre una malattia quando è ormai troppo tardi. Il mio era un paradosso».
Vi siete sentiti dopo quella polemica?
«No, e non credo ce ne sia bisogno. Ho spiegato quello che intendevo: non ho mai augurato la morte a nessuno».
Lei è un uomo di sinistra e nel libro scrive una cosa destinata forse a far arrabbiare proprio la sinistra: che la Rai era, ed è, molto più politicizzata di Mediaset. Vale anche per la Rai di oggi? Esiste davvero “TeleMeloni” o è soltanto uno slogan dell’opposizione?
«La Rai è sempre stata politicizzata. Il primo canale è sempre stato quello del partito di maggioranza: ai tempi della Democrazia cristiana era democristiano. Il secondo era dei socialisti. Il terzo è sempre stato della sinistra e oggi è, diciamo, leggermente socialdemocratico».
A Mediaset invece?
«Io la televisione ormai la guardo pochissimo. Però una cosa posso dirla: a Mediaset, quando esprimo le mie opinioni, non ho mai subito alcun tipo di censura. Non so se sia una scelta politica, se vogliano dire “siamo più democratici di voi”, oppure se semplicemente mi vogliano così tanto bene».
Parliamo di «Striscia la notizia». Lei ha detto che potrebbe anche sparire, pur restando la sua famiglia. Se Striscia non fosse più indispensabile per la televisione italiana, di chi sarebbe la colpa?
«Questa è una domanda che dovrebbe fare ad Antonio Ricci. Io posso dire soltanto che provo un grande dolore. E come me lo provano tanti italiani. Quando mi chiedono: “Vedremo ancora Striscia?”, io rispondo che probabilmente no, che forse Striscia non ci sarà più. E tutti mi dicono: “Ma sono matti?”. E io rispondo: avete ragione. Andiamo col Grande Fratello».
Però gli ascolti di una volta sono irripetibili.
«In passato facevamo anche sedici milioni di spettatori. Ma non c’erano le piattaforme, non c’erano tutte le altre televisioni, non c’erano i telefoni, il web e tutto quello che c’è oggi. È chiaro che Striscia allora fosse più forte, perché il pubblico seguiva maggiormente la televisione generalista».
Nel libro dice che, dopo i settant’anni, il privilegio più grande è smettere di avere paura. Mettiamo che domani la chiami Mediaset, la Rai o chiunque altro e le dica: “Enzo, le diamo un grande programma, ma sulla Palestina, sul governo e sulla politica deve stare un po’ più tranquillo”. Lei che fa? Rinuncia al programma?
«Io, prima di tutto, di mestiere faccio l’attore. Brillante, oso aggiungere. Non sono un politico e non sono un opinionista. Se mi proponessero Pechino Express, lo farei volentieri, anche se ormai faccio fatica a correre. Se mi proponessero di presentare Sanremo, perché no? Per presentare Sanremo so benissimo quali sono le regole e le rispetterei».
Quindi accetterebbe di non parlare di politica?
«Se sto facendo un programma di intrattenimento, faccio quel programma. Ma se vado in un talk show e mi fanno una domanda, allora rispondo. E se mi chiedono della Palestina, dico quello che penso. Posso dirlo con il mio linguaggio, che è un linguaggio da strada. La gente per strada, quando inciampa, dice: “Oh cazzo, sono inciampato”. Non usa parole eleganti per raccontarlo».
