Più cerchi che si intrecciano, in un continuo flusso: è questa l’idea che emana da Simona Di Carlo, blogger giramondo, «autoetnografa», appassionata conoscitrice di culture diverse che tanti spunti possono dare a tutti, compreso il mondo occidentale, autrice della pagina «la gammalong».
Come si passa da Andria a conoscere tutto il mondo?
«Dopo il liceo scientifico «Nuzzi» ad Andria, ho intrapreso il mio percorso accademico a Urbino, dove ho conseguito la laurea in Lingue e Culture Straniere e, successivamente, la magistrale in Traduzione Editoriale. Durante gli studi ho coltivato una profonda passione per l’ambito internazionale, impegnandomi attivamente nel volontariato e fondando un’associazione dedicata all’accoglienza degli studenti Erasmus. Ho partecipato a un concorso per l’Ufficio Mobilità della mia stessa università mentre stavo per laurearmi. Dopo averlo vinto, ho lavorato per otto anni nell’Ufficio Erasmus dell’ateneo dove mi ero formata: un’evoluzione naturale che mi ha vista trasformarsi da studentessa volontaria a dipendente universitaria. Questo impiego mi ha garantito l’indipendenza necessaria per continuare a specializzarmi nel mio vero obiettivo: la traduzione. Ho così frequentato il master in Traduzione Letteraria presso la Scuola Holden, un percorso decisivo che mi ha aperto le porte dell’editoria nazionale. Proprio alla fine di questa specializzazione, ho ricevuto da Bompiani la mia prima proposta ufficiale di traduzione, segnando l’inizio della mia carriera nel settore editoriale. E dal posto fisso mi sono licenziata per seguire i miei sogni».
Dopo quell’esperienza è nata la pagina della «gammalong».
«La gammalong, letteralmente “gamba lunga”, è una persona curiosa che si sposta spesso e volentieri – o almeno lo è nel dialetto andriese, in Puglia. La gammalong è come mi chiamano sempre i nonni quando metto lo zaino in spalla, che io vada in un paese vicino o dall’altro lato del mondo. Quando ho pensato a questo progetto sono stata subito sicura di due cose: la prima, volevo un nome che onorasse le mie origini e si ancorasse alle mie tradizioni senza sganciarsi dalla natura nomade del viaggio; la seconda, volevo condividere ciò che mi lasciano i luoghi che visito e le persone che incontro, perché credo che la condivisione generi bellezza e la bellezza generi apertura».
Che progetti ha ora?
«Sono tornata dal Sud America, perché alcuni mesi fa ho deciso di unirmi a un’organizzazione italiana che promuove viaggi solidali finalizzati alla produzione di contenuti divulgativi su tematiche socio-ambientali. L’associazione si chiama 7Milamiglialontano e il progetto a cui sto prendendo parte, H2o PLANET, ha l’obiettivo di documentare attraverso video, riviste e reportage cosa accade nel mondo tra l’uomo e l’acqua, un continente all’anno per sette anni. L’anno 2025/26 è dedicato all’America Latina, e con il team di lavoro a cui sono stata assegnata proveremo a raccontare contrasti, complessità e bellezze di due paesi in particolare: Bolivia e Colombia. Abbiamo da poco concluso la prima metà del viaggio tra le Ande, il Salar de Uyuni e le porte dell’Amazzonia, un percorso dal centro ai margini e oltre di uno dei luoghi più contraddittori della terra».
Un ricordo particolare.
«A La Paz c’è troppo dappertutto. Sono tante le case, che sembrano costruite l’una sull’altra. Sono tante le tiende, organizzate per settore e sulla stessa strada: gli ottici qui, i barbieri lì, le saltenerie più là. Sono tante le cholitas, che aprono i loro aguayos e tirano fuori la merce da vendere: erbe, frutta, verdura; alcune hanno appena qualche caramella sfusa e dei pacchi di fazzoletti. Si accalcano lungo i marciapiedi dalle tre del mattino e restano lì fino al tardo pomeriggio, rannicchiate e con la testa pesante poggiata sul palmo. Indossano larghe gonne colorate e cappelli cilindrici, ai piedi portano scarpe malandate e i capelli sono raccolti in due trecce lunghissime unite tra loro nelle punte».
Che messaggio rimane dalla visione del mondo?
«Mi convinco sempre di più che documentare realtà estere possa servire a creare quei racconti delle origini, del nostro patrimonio, in una autoetnografia che ci aiuti a conoscerci e migliorarci. E che nessuno può mettere bastoni tra le ruote dei propri sogni se la passione, il fuoco, la visione ci guidano».









