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Videolottery usate come “banche” dai clan mafiosi: sequestri per 63 milioni di euro

Sono state 23 le misure cautelari e 116 gli indagati, oltre al sequestro di beni per un valore complessivo di circa 63,8 milioni di euro

Videolottery usate come “banche” dai clan mafiosi: sequestri per 63 milioni di euro

Un impero costruito tra sale videolottery, ticket vincenti e operazioni finanziarie ritenute dagli investigatori funzionali al riciclaggio dei capitali della criminalità organizzata. È il quadro delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari nell’operazione «Mercato», eseguita dalla Guardia di Finanza, che ha portato a 23 misure cautelari, all’iscrizione di 116 indagati e al sequestro di beni per un valore complessivo di circa 63,8 milioni di euro. Le accuse contestate, a vario titolo, comprendono associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso, riciclaggio, autoriciclaggio, violenza privata, peculato, bancarotta fraudolenta e reati tributari.

Secondo la Procura, alcuni gruppi criminali avrebbero individuato nel comparto del gioco legale un canale privilegiato per reinserire nell’economia denaro proveniente da attività illecite. L’inchiesta, avviata nel 2018, avrebbe documentato il controllo di numerose sale gioco in diverse città pugliesi. Secondo gli investigatori, il sistema ruotava anche attorno alla gestione dei ticket delle vincite: giocatori reali avrebbero ceduto i tagliandi in cambio di denaro contante, consentendo a soggetti legati ai clan di intestarsi premi mai realmente ottenuti. Quei documenti sarebbero poi stati utilizzati come apparente giustificazione della provenienza di somme considerate sospette. Gli investigatori hanno analizzato oltre 62mila ticket riscossi, ritenuti uno degli elementi centrali dell’indagine.

Un meccanismo definito dagli inquirenti una sorta di «zecca dell’antistato», capace di sfruttare anche la vulnerabilità dei giocatori e la circolazione poco tracciabile del contante. Nel mirino della magistratura sono finite sei società e tredici sale videolottery, oltre ad altre attività economiche ritenute collegate al sistema, tra bar, tabaccherie e investimenti immobiliari. Gli accertamenti avrebbero inoltre evidenziato fatture per operazioni inesistenti e consulenze fittizie verso l’estero. Un ruolo rilevante nell’impianto accusatorio riguarda la presunta distanza tra gli amministratori ufficiali delle società e chi, secondo gli investigatori, avrebbe realmente esercitato il potere decisionale. Le intercettazioni raccolte dagli inquirenti descriverebbero una struttura nella quale alcuni responsabili formali avrebbero avuto compiti operativi, mentre le scelte strategiche sarebbero state prese da altri soggetti.

Tra i dialoghi acquisiti agli atti, gli investigatori hanno attribuito particolare importanza a conversazioni relative alla gestione della società Ludus e alle difficoltà economiche delle sale. In alcuni passaggi emergerebbe il disagio di amministratori che lamentavano di non avere pieno controllo sulle decisioni. L’indagine ha coinvolto anche un commercialista, ritenuto dagli investigatori una figura di supporto nell’organizzazione del sistema. Secondo l’accusa, il professionista avrebbe contribuito alla gestione degli aspetti societari e finanziari delle attività coinvolte.Per la Procura barese l’inchiesta rappresenterebbe un ulteriore passo nella ricostruzione delle modalità con cui le organizzazioni criminali si inseriscono nell’economia legale, passando dal semplice condizionamento delle imprese alla gestione diretta di attività apparentemente regolari. Le accuse dovranno ora essere valutate nelle successive fasi del procedimento giudiziario, mentre proseguono gli approfondimenti sui flussi economici e sui rapporti tra gli indagati.