C’è chi gli ha messo una bomba davanti casa e chi, dice, «me l’ha messa in redazione». Sigfrido Ranucci, dall’Oscar del Libro a Turi, non nasconde l’amarezza per quanto accaduto negli ultimi mesi e ammette di aver «rivisto il concetto di amicizia». Poi guarda allo scontro con la Rai e usa parole nette: «Temo il licenziamento». La contestazione disciplinare ricevuta dall’azienda, sostiene, sarebbe stata formulata con una rapidità che gli fa temere proprio questo epilogo. «Se arriverà, faremo ricorso». Ma per il giornalista la vicenda ha ormai superato il terreno editoriale: «È diventata una battaglia legale, non di contenuti giornalistici».
Ranucci, stasera si è parlato di scelte. Ce ne sono alcune che oggi farebbe diversamente, soprattutto alla luce di quello che le sta accadendo?
«Preferisco usare un detto del mio direttore Roberto Morrione che, parafrasando una frase che andava di moda nell’ambiente del tango argentino, diceva: nessuno potrà toglierci ciò che abbiamo ballato».
Dal palco ha detto che oggi non chiamerebbe più Lavitola un amico…
«Ho detto che ho rivisto il mio concetto di amicizia. Ma non soltanto per lui: per tante persone, anche alcune dalle quali non me lo sarei mai aspettato. Perché c’è chi mi ha messo la bomba davanti casa, ma c’è chi me l’ha messa in redazione».
Teme davvero che la Rai possa licenziarla?
«Sì. Credo che la contestazione sia stata strutturata anche con questa finalità. Loro dicono di no, vedremo. Se arriverà il licenziamento, faremo ricorso».
A quel punto che cosa resterebbe del confronto con l’azienda?
«Ormai è diventata una battaglia legale, non di contenuti giornalistici. Non è il mio campo, ma la porto avanti non soltanto per me: per la mia storia, per la mia famiglia e anche per la democrazia».
Che cosa contesta maggiormente alla Rai?
«Trovo aberrante che un’azienda utilizzi contenuti che non avrebbe potuto ottenere perché appartengono a una sfera privata e che non hanno nulla a che vedere con il condizionamento delle inchieste di Report. Contenuti, peraltro, inseriti in un’ordinanza nella quale io sono la vittima di un attentato».
In un momento così difficile, ha ancora senso investire nel giornalismo d’inchiesta?
«È necessario. Oggi gran parte dell’informazione arriva attraverso i social. Serve qualcuno che abbia il tempo, la voglia, il desiderio e anche la disponibilità a pagare un prezzo molto alto per rincorrere la verità. Altrimenti rischiamo una manipolazione delle coscienze».
Il problema sono i social?
«Il problema è che spesso la gente non ha né il tempo né gli strumenti per capire se una notizia che compare sul telefonino sia vera. È come se dialogassimo ogni giorno con un bibliotecario ubriaco».
Che cosa intende?
«Per la prima volta la maggior parte delle persone si informa attraverso social e web e non tramite i mezzi tradizionali. Ma il web ci porta in vetrina le notizie non perché siano vere: perché sono cliccabili».
Per il futuro, potremmo vederla a La7?
«Non credo».
