Si chiude con una doppia formula assolutoria il capitolo giudiziario a carico di Antonella Rinella, ex capo di gabinetto del Comune di Bari e moglie di Vito Longo, l’ex direttore amministrativo della Fondazione lirico-sinfonica del Teatro Petruzzelli. Il Tribunale di Bari ha scagionato l’imputata dalle pesanti accuse di peculato e riciclaggio, per le quali la Procura barese aveva sollecitato una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione.
Al termine del dibattimento, i giudici della sezione penale hanno pronunciato la sentenza di assoluzione: Rinella è stata assolta con la formula «perché il fatto non costituisce reato» dall’addebito di riciclaggio e «per non aver commesso il fatto» da quello di peculato.
I fatti al centro del processo risalgono a un arco temporale compreso tra il 2010 e il 2015. Secondo l’originaria impostazione dei magistrati inquirenti, la donna avrebbe distratto, in concorso con il coniuge, denaro pubblico dalle casse della Fondazione per finanziare uno stile di vita sfarzoso e acquisti strettamente personali.
Lo sfondo dell’inchiesta
La posizione della Rinella era stata stralciata dal filone principale che vedeva coinvolto il marito, Vito Longo. Quest’ultimo, quattro anni fa, aveva scelto la via del patteggiamento, concordando una pena a 3 anni e 9 mesi di reclusione dopo aver risarcito alla Fondazione Petruzzelli una cifra superiore a 1 milione di euro.
Quella somma corrispondeva al danno stimato per un giro di tangenti incassate in cambio dell’assegnazione di appalti teatrali e per l’appropriazione indebita di circa 100mila euro appartenenti all’ente lirico. Secondo gli accertamenti dell’epoca, i fondi del teatro – circa 1.500 euro al mese per sei anni – venivano spesi in cosmetici, profumi di lusso e alcolici di pregio, ma venivano formalmente registrati in contabilità attraverso fatture false che attestavano l’acquisto di semplici forniture di acqua minerale e prodotti per le pulizie.
Nel corso del processo a carico di Antonella Rinella, la Procura aveva contestato anche il reato di riciclaggio, ipotizzando che la donna avesse fatto transitare sul proprio conto corrente personale, tra il 2011 e il 2015, circa 135mila euro ritenuti il provento illecito delle dazioni corruttive intascate dal marito.
La ricostruzione del pubblico ministero, tuttavia, non ha retto al vaglio del Tribunale. I giudici hanno accolto le tesi difensive presentate dal legale della donna, l’avvocato Michele Laforgia, stabilendo che l’ex capo di gabinetto non ha offerto alcun contributo materiale o morale alla sottrazione dei fondi dalle casse del Politeama barese, né era consapevole della provenienza illecita del denaro versato sui conti, escludendo così anche l’ombra del riciclaggio delle tangenti.
