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Bari, Marcello Fois a Confindustria: «La ricchezza delle imprese nasce anche da una storia dimenticata» – L’INTERVISTA

Lo scrittore ha vinto il Premio Campiello 2026 con “L’immensa distrazione”. Sarà nel capoluogo per Bari e BAT Capitale della Cultura d’Impresa 2026

Bari, Marcello Fois a Confindustria: «La ricchezza delle imprese nasce anche da una storia dimenticata» – L’INTERVISTA
Marcello Fois mostra il Campiello 2026 conquistato con «L’immensa distrazione» (Einaudi)

Un’impresa può prosperare anche quando le sue fondamenta poggiano su un’ingiustizia? E quanto costa, sul piano umano, costruire una fortuna? Sono interrogativi che attraversano L’immensa distrazione (Einaudi), il romanzo con cui Marcello Fois ha vinto il Premio Campiello 2026. Attraverso l’ascesa dei Manfredini, dall’appropriazione dell’attività di una famiglia ebrea perseguitata dal fascismo alla costruzione di un impero alimentare, lo scrittore racconta quasi un secolo di imprenditoria italiana, intrecciando talento, ricchezza, potere e responsabilità morale.

Una prospettiva significativa per la presentazione di domani, alle 18.30, al Museo Civico di Bari, promossa dal Club Imprese per la Cultura di Confindustria Bari e BAT nell’ambito di Bari e BAT Capitale della Cultura d’Impresa 2026. Introdotto da Gianni Sebastiano, Fois dialogherà con Alice Scolamacchia e Aurélie Scarafino. Con lui abbiamo approfondito proprio il rapporto tra successo economico e coscienza individuale.

La fortuna imprenditoriale dei Manfredini nasce dall’appropriazione dell’attività dei Teglio, una famiglia ebrea perseguitata. Eppure Ettore dimostra un talento straordinario nel trasformare quel patrimonio in un’impresa prospera. Il successo economico può riscattare moralmente le condizioni in cui ha avuto origine?

«Ho posto un problema di rapporti tra etica e morale in questo romanzo. Ettore Manfredini ha problemi morali, ma nessun problema etico. E secondo me sotto questa parabola ci sono un bel po’ di imprese italiane, anche molte di quelle che poi hanno generato il boom economico. L’espressione “immensa distrazione” ha tre accezioni molto precise. La prima è ciò che ci impedisce di pensare quotidianamente alla morte, e quindi è, pascalianamente, una cosa giusta. È buona perché facciamo un sacco di cose bellissime nell’immensa distrazione: curiamo le piante, ci sposiamo, facciamo figli. Però c’è anche un’immensa distrazione dalla nostra storia. E questa è un’accezione assai problematica. Le persecuzioni sono state un’occasione unica per spostare patrimoni ingentissimi da un punto all’altro della nazione, per far passare di mano ricchezze impressionanti, nella terza accezione per cui distrazione significa appropriazione di un bene. Pensiamo al campo editoriale: i fratelli Treves, che erano gli editori dei Nobel in Italia, sono scomparsi dopo le leggi razziali. Qualcuno ha comprato il loro catalogo per pochi spiccioli. Tutto questo funziona dentro quella specie di narrazione che comincia a svilupparsi nella testa di Ettore Manfredini nei quaranta secondi che passano dalla morte cardiaca a quella cerebrale e che si dilatano nella lunghezza del romanzo».

Ettore possiede qualità fondamentali per un imprenditore: riconosce le opportunità e sa individuare le persone capaci di realizzarle. Ma questa intelligenza sembra venirgli meno nei rapporti familiari. È una contraddizione individuale oppure una caratteristica del potere economico?

«È un dato energetico, oserei dire. Da qualche parte bisogna cedere. Non c’è modo di evitarlo. Certe imprese sono fiorentissime se gestite da una persona e crollano se gestite da un’altra, perché l’investimento è diverso, perché la determinazione è diversa. Sto parlando di un dato, secondo me, metabolico dell’azienda, dello status aziendale, non solo italiano, ma mondiale. Ettore Manfredini è un colosso da questo punto di vista, un po’ come il protagonista di Quarto potere. Noi continuiamo a parlare del modello Olivetti, o Ferrero, ma questi modelli non esistono più. Continuiamo a parlare del modello Del Vecchio, ma poi guardiamo cosa succede con gli eredi. Questo è un po’ quello che ho cercato di raccontare».

Nel romanzo, Carlo, il figlio maschio, è l’erede designato, mentre la sorella minore Enrica, pur senza esserlo stata, diventa la vera mente dell’azienda. Quanto è difficile ancora riconoscere il potere economico delle donne, persino all’interno della stessa famiglia?

«Le donne non vengono mai designate. Dalle donne si pretende che si assumano responsabilità che non vengono riconosciute, perché per loro è prescritto in qualche modo l’obbligo di sopravvivenza. Agli uomini questa cosa non si richiede mai. Gli uomini sono lì per nascita, anche quando vorrebbero fare tutt’altro. Carlo non è affatto un nullafacente: è semplicemente inadatto a quello per cui è stato generato. Questo è un vero dramma. Io ho una grande tenerezza per Carlo, proprio come personaggio. Le donne in questa nazione si sono prese responsabilità che non dovevano avere e l’hanno fatto a testa bassa, a pancia a terra. Noi uomini siamo sempre lì che vogliamo una carezza per ogni stupidaggine. È una cosa che nelle aziende si vede: in un sacco di imprese il midollo è femminile, ma poi la dirigenza è maschile».

Il suo romanzo potrebbe essere studiato anche in un corso di etica d’impresa. La letteratura può offrire strumenti per comprendere le contraddizioni dell’economia meglio di quanto riescano a fare le sole discipline economiche?

«La letteratura deve dare dei contributi, non può essere semplicemente: passo un’oretta tranquillo. E lo fa cercando le connessioni tra gli eventi di una vita, di una famiglia, di una storia aziendale. Per Ettore Manfredini, morire significa finalmente connettere ciò che durante la sua esistenza era rimasto separato: le decisioni imprenditoriali e le loro conseguenze morali, la costruzione della ricchezza e il destino dei familiari, i successi economici e le sofferenze che li accompagnano. Lo scrivo: “A chi gli chiedesse a quel punto come fosse morire, Ettore avrebbe potuto rispondere: connettere”. E qui sta il ruolo della letteratura: l’impresa, perché riesca, è un po’ come Ifigenia, per vincere la guerra devi sacrificare tua figlia. Il mito lo dice da sempre. Vinci, ma poi paghi. Agamennone ha pagato terribilmente per aver sacrificato sua figlia prima di partire per la guerra di Troia. Ha vinto, ma poi ha perso tutto il resto. La letteratura queste connessioni spaventose le fa, la storia non le può fare».