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“Dio ride”, Veronesi a Bari: «Il cinema è snob, se fai divertire nessuno ti prende sul serio» – L’INTERVISTA

Tra il ricordo di Nuti e il rapporto con la fede, il regista confessa: «Solo adesso ho incontrato davvero me stesso». Domani sarà al Galleria

“Dio ride”, Veronesi a Bari: «Il cinema è snob, se fai divertire nessuno ti prende sul serio» – L’INTERVISTA
Giovanni Veronesi

Giovanni Veronesi ha impiegato quarant’anni per incontrare se stesso. Poi, conoscendosi meglio, ha pensato di chiedere il divorzio. Lo racconta con l’ironia di chi ha costruito una carriera facendo ridere gli altri e adesso vuole spiegare quanto sia seria la comicità. Lo fa con “Dio ride”, il suo nuovo film, interpretato da Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando. Domani, al termine della proiezione delle 21, Veronesi e Orlando incontreranno il pubblico al Multicinema Galleria di Bari, in occasione dell’anteprima. Il film arriverà nelle sale il 29 ottobre, distribuito da PiperFilm.

Veronesi, ha definito Dio ride il film più sincero della sua vita, ammettendo di aver cercato, in passato, di compiacere il pubblico. Le sono serviti quarant’anni per essere davvero se stesso?

«Sì, quarant’anni. Ero molto lusingato dai successi ottenuti con il pubblico, lavorando con quella che è sempre stata la mia materia, la comicità. Ma avevo voglia di trattarla diversamente, di chiudere un cerchio. Volevo affrontarla in modo serio, mostrare la profondità che si nasconde dietro il ridere, la gioia, l’allegria. Così ho scelto una metafora ambientata nel Seicento, un’epoca in cui chi si opponeva al potere rischiava punizioni estreme. Ma, in fondo, oggi non è così diverso».

In che senso?

«Chi va contro il potere viene emarginato, allontanato. Pensi a Beppe Grillo, a Daniele Luttazzi, agli editti di trent’anni fa. O all’attentato a Charlie Hebdo. Chi usa la comicità come arma viene perseguitato. Il potere teme la risata. Umberto Eco lo aveva raccontato nel suo romanzo: la comicità distende gli animi, permette alle persone di rilassarsi. E quando le persone si rilassano, cominciano a pensare. E se pensano, possono anche dire di no al potere. Mi sembrava un punto di partenza meraviglioso».

Lei si dichiara non credente, eppure torna a confrontarsi con la religione, dopo Per amore, solo per amore. Non trova curioso che Dio continui a interessarla tanto, pur non credendo alla sua esistenza?

«Credo che soltanto gli stupidi possano non interessarsi alla religione. Non c’entra niente credere o non credere. È uno dei grandi temi dell’umanità, qualcosa per cui il mondo continua a dividersi e si combattono ancora guerre. E poi i Vangeli sono tra le cose più belle che siano mai state scritte. Magari fossi stato capace di scrivere qualcosa del genere! Ci sono colpi di scena, battute bellissime, Gesù è un personaggio fantastico. Io invento storie e personaggi: come potrei non interessarmi a tutto questo?».

Eppure sembra guardare alla Chiesa con una certa simpatia.

«Le ultime cose davvero importanti che ho sentito dire le hanno pronunciate due papi, Francesco e Leone. Mi sembrano molto più intelligenti di tanti grandi intellettuali che vediamo scorrazzare in televisione o sui giornali. Papa Leone ha preso posizioni importanti. E ricordo Papa Francesco, quando incontrò noi comici. Io ero presente. Disse che si poteva ridere persino di Dio, purché si continuasse a volergli bene. E che l’ironia è uno degli aspetti più importanti dell’essere umano. Senza ironia prendiamo tutto troppo sul serio, anche ciò che serio non è».

Ma che cosa cerca quando racconta la fede?

«La fede non è soltanto religiosa. Esiste una fede politica, ideologica, la fiducia in se stessi, nel prossimo. Sono tutte cose che ci permettono di dire di no. E credo che oggi sia fondamentale saper dire di no alla guerra, alla violenza, ai soprusi. Non c’entra Dio o non Dio. Il protagonista del mio film dice di no».

Le è mai capitato di sapere da che parte fosse la ragione e scegliere comunque quella sbagliata?

«Capita a tutti di sbagliare. La vita è abbastanza lunga per riconoscere gli errori, e c’è sempre tempo per recuperare. Io stesso ho affrontato per anni temi importanti senza approfondirli abbastanza da far capire che non sono uno sciocco, un superficiale, soltanto perché mi occupo di comicità. Nel cinema c’è sempre stato questo equivoco: se fai ridere, non vieni preso sul serio. Ma far ridere è una cosa seria. Se le chiedessi quali attori porterebbe su un’isola deserta, probabilmente sceglierebbe anche qualcuno capace di farla ridere. Perché l’allegria è una delle cose di cui abbiamo più bisogno, soprattutto nella solitudine».

Ha scelto Favino come frate e Orlando come inquisitore anche per ribaltare le aspettative legate al loro aspetto. Nella vita quanto si fida delle prime impressioni?

«Adesso ho imparato a riconoscere abbastanza velocemente le persone. Da ragazzo, invece, ho dato fiducia a chi non l’ha ricambiata. Ma sono stato molto fortunato: ho incontrato Francesco Nuti, che ha creduto davvero in me e nel mio talento. Era un artista generoso, mi ha sostenuto, mi ha fatto lavorare. Nel nostro mestiere gli incontri sono fondamentali. Ne fai due, tre, quattro davvero importanti. Il resto fa volume».

Oltre a Nuti, quale incontro le ha cambiato la vita?

«Quello con me stesso. Non mi ero mai incontrato. In questo film, dietro al protagonista, ci sono tante cose che penso davvero e che sentivo il bisogno di dire. Naturalmente ci sono stati anche altri incontri importanti, come quello con Mimmo Paladino, o con Leonardo. Ma gli incontri fondamentali sono stati due: Francesco Nuti e me stesso».

E che impressione si è fatto, finalmente, di Giovanni Veronesi?

«A un certo punto volevo separarmi da me stesso. Sono andato da un avvocato e gli ho chiesto di togliermi gli alimenti, di obbligarmi a venirmi a trovare ogni quindici giorni, di portarmi in vacanza. Gli ho detto che volevo divorziare da me stesso. Ma l’avvocato mi ha risposto di no».

A proposito di Nuti: se Francesco potesse sedersi accanto a lei in sala e vedere Dio ride, che cosa le direbbe?

«Forse mi direbbe, come faceva lui: “Madonna, l’hai fatto bello davvero”».

Nelle note di regia ha scritto di aver imparato a usare la macchina da presa come una macchina da scrivere, aspettando persino la luce delle vere albe. Dopo una carriera dedicata alla comicità, ha scoperto che il silenzio può raccontare più di una battuta?

«Sapevo già che la macchina da presa poteva essere usata come una penna. Tanti registi che ammiro lo hanno fatto. Ma io non l’avevo mai sperimentato davvero. Avevo sempre usato la macchina da presa per mettere al centro il protagonista, il comico. Era lui, con la sua comicità, a dominare tutto il resto dell’inquadratura. E andava bene così. Stavolta, invece, ho dato spazio a molte altre cose. Ho sperimentato movimenti che non avevo mai utilizzato, ho cercato di scrivere con le immagini quello che avevo già scritto nella sceneggiatura. Per la prima volta mi sono divertito davvero a inquadrare non soltanto gli attori, ma anche tutto quello che avevano intorno».

Il suo frate viene perseguitato perché fa pensare attraverso il sorriso. Oggi, però, viviamo in un mondo in cui tutti prendono in giro tutti, soprattutto sui social. Se vivesse nel 2026, sarebbe un rivoluzionario o un influencer con milioni di follower?

«Forse un influencer rivoluzionario, che sarebbe la cosa migliore. La tecnologia è importante, i social anche, ma bisogna usarli per dire di no. Non per mostrare quanto sushi abbiamo mangiato o quanti gamberoni abbiamo nel piatto. Ormai vediamo fotografie e filmati di una bassezza culturale clamorosa. È un vero spreco utilizzare i social in questo modo».