Per Roger Ballen l’oscurità non è necessariamente nelle fotografie: spesso è chi le guarda a portarvela. Da mezzo secolo crea immagini inquietanti, ma diffida delle parole con cui le definiamo. Per il finissage di PhEST, il festival di fotografia di Monopoli, sabato 31 ottobre alle 18 guiderà una visita a Outland, domenica 1° novembre alle 12 a Inferno, in anteprima italiana al Castello Carlo V. Entrambi gli incontri si concluderanno con un firmacopie. In Outland ha fotografato persone ai margini della società sudafricana. È stato accusato di trasformare la loro vulnerabilità in arte.
Dove finisce la libertà dell’artista e comincia la sua responsabilità?
«Lei è un giornalista: sa che questi confini non sono chiari. Ognuno li colloca in un punto diverso. Ciò che è morale in un Paese può essere immorale in un altro. Non esiste una risposta oggettiva. Un artista deve poter convivere con se stesso. È l’unico modo che conosco per affrontare la questione».
Quelle critiche l’hanno ferita?
«Parliamo di quasi trent’anni fa. La fotografia per me era ancora quasi un hobby. Fu una sorpresa spiacevole. Dicevo che nel 2000 avevo un solo amico in Sudafrica: il mio cane. Ma quelle fotografie sono molto potenti. In Cina o in Russia le ricorda anche chi non sa nulla del Sudafrica. Sono immagini iconiche che generano inquietudine. Le reazioni dipendevano dalle opere, non da me».
Dante immaginava un Inferno ordinato, dove ogni colpa aveva la sua pena. Il suo sembra dominato dal caos. È cambiata la nostra idea del male?
«Possiamo partire dagli estremi: Hitler, oppure chi uccide i bambini. Ma poi emergono sfumature e giudizi soggettivi. Mangiare un hamburger è un male? E leggere un giornale? Da dove vengono i nostri valori? La vera domanda, quella che i media non fanno mai, è: che cosa significa essere umani? Siamo buoni, cattivi, distruttivi? Dovremmo cercare di capirlo. Molti non lo fanno: per paura, per errore o perché non sono interessati».
Che cosa può significare oggi l’Inferno per chi guarda le sue immagini?
«Le immagini di Inferno sono iconiche. Pensiamo al David di Michelangelo, a Firenze: di fronte a una grande opera reagiamo. Un diciottenne potrebbe dirle che l’inferno è vivere senza telefono. Le mie fotografie parlano anche a chi non ha letto Dante. Sono come pitture rupestri: suscitano una risposta. È questo che le rende arte».
Le sue foto sfidano il confine tra realtà e finzione. Ora l’IA crea immagini di cose mai esistite. Che cosa resta della verità fotografica?
«Prima di tutto, non so che cosa sia la verità. Forse la cosa che le si avvicina di più è la natura: guardare una stella, il sole nel cielo. Qualcosa di essenziale, primordiale. Il problema è che le persone si allontanano dal mondo fisico. L’esperienza diventa virtuale e i due piani si confondono. Io ci riesco: prima dei ventotto anni avevo attraversato via terra quasi tutto il mondo. Sono cresciuto senza computer e cellulari. A Berkeley non avevamo neppure le calcolatrici. Per chi nasce oggi, invece, il punto di partenza è l’intelligenza artificiale. È una base completamente diversa dalla mia».
La spaventa quello che accadrà?
«Lei appartiene a un’altra generazione, e per questo può averne paura. Quella successiva forse non ne avrà: per lei sarà normale ciò che oggi ci sembra inconcepibile. Non sappiamo cosa succederà fra cinquant’anni. Il mondo potrebbe perfino crollare. Chi può prevederlo?».
Ha detto che la fotografia l’ha aiutata a conoscersi. Quale verità su di sé ha impiegato più tempo ad accettare, esplorando il lato oscuro dell’uomo?
«Il punto è che io non vedo il buio e la luce in questi termini. Se arriva la notte, è forse un male perché è buio? Che cosa significa “oscuro”, sul piano psicologico? Può essere conoscenza e mistero, oppure repressione e violenza. Bisogna stare attenti a queste parole: sembrano semplici, ma non lo sono. La gente definisce oscure le mie fotografie perché vi proietta qualcosa di sé, un blocco psicologico, questioni irrisolte. Io, mentre fotografo, non mi sono mai sentito depresso, alienato o turbato dal mio lavoro».
Nelle sue immagini ci sono fantasmi, maschere, solitudine. Eppure lei parla anche di umorismo. Che cosa la rende felice?
«Molte cose. Può bastare guardare il cielo o conversare con lei del mio lavoro. Ma anche “felicità” è una parola difficile. Posso essere felice e triste nello stesso momento. Forse la soddisfazione più profonda è comprendere la propria identità. Non credo che la felicità sia uno stato permanente».
Esiste una felicità che non è mai riuscito a catturare con la macchina fotografica?
«No. Ma che cos’è la felicità? Un bambino di cinque anni che ride è un’immagine felice? La felicità può durare pochi secondi, come un fotogramma. Ricordo una volta, a Londra, in un teatro che amavo: ero con un amico e, quando il pubblico applaudì, provai felicità. Ma le emozioni hanno tante sfumature. Non direi mai che le mie immagini sono felici o tristi. Possiedono intonazioni visive che le parole non riescono a contenere».
In che modo è cambiata la sua fotografia dai tempi di «Outland»?
«Outland risale al 1995-2000; Inferno a circa dieci anni fa. Sono fiero di quel lavoro, ma la mia carriera non si è fermata lì. Oggi non fotografo più le persone nello stesso modo: lavoro con figure, animali, oggetti, costruisco un teatro psicologico complesso, che non riguarda più il singolo individuo. Le fotografie del mio primo viaggio in Italia, nel 1969, erano diverse da quelle attuali».
Come nasce, allora, una sua fotografia?
«Quando vado a fotografare cerco di non avere idee preconcette. Non pianifico l’immagine: deve prendere forma poco a poco, strato dopo strato, tra mente cosciente e inconscio. È insieme arte e scienza. Bisogna catturare qualcosa di speciale per chi guarda. È difficilissimo. Ogni giorno vengono prodotte milioni di immagini: basta aprire Instagram o Facebook. Ma crearne una che rimanga dentro qualcuno, in qualunque parte del mondo, è tutt’altra cosa. Per questo penso che oggi la fotografia sia la forma d’arte più difficile».
