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Av/Ac Napoli-Bari, Gianfranco Viesti: «Dovrà integrare due sistemi economici del Sud» – L’INTERVISTA

“BariNapoli. Un nuovo asse di sviluppo per l’economia italiana?” parte da una riflessione sulla linea ferroviaria per interrogarsi sulle prospettive

Av/Ac Napoli-Bari, Gianfranco Viesti: «Dovrà integrare due sistemi economici del Sud» – L’INTERVISTA
Gianfranco Viesti è autore, con Francesco Prota, del volume “BariNapoli. Un nuovo asse di sviluppo per l’economia italiana?”

Ieri, nell’aula Aldo Moro del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari, è stato presentato “BariNapoli. Un nuovo asse di sviluppo per l’economia italiana?” (Donzelli), il volume curato da Francesco Prota e Gianfranco Viesti con il sindaco Vito Leccese e il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, moderati da Maddalena Tulanti. Il volume parte da una riflessione sulla nuova linea ferroviaria tra Napoli e Bari per interrogarsi se Campania e Puglia possano diventare un motore dell’economia meridionale e italiana.

Professor Viesti, dall’Unità d’Italia Campania e Puglia hanno costruito rapporti economici più intensi con il Nord che tra loro. È solo questione di infrastrutture o di un modello di sviluppo nazionale?

«Le cause sono molto più generali delle infrastrutture, altrimenti già l’autostrada avrebbe cambiato le cose. Il collegamento ferroviario offre però un’opportunità nuova. In tutta Europa i nuovi collegamenti hanno aumentato moltissimo gli spostamenti, moltiplicando le occasioni di contatto».

Che cosa ne ostacola l’integrazione?

«Due elementi. Il primo è proprio la somiglianza fra le economie: è più facile scambiare con chi produce beni e servizi diversi dai tuoi. Il secondo è la mancanza di consuetudine, di relazioni tra queste due città e regioni. Così non si creano le occasioni dalle quali possono nascere collaborazioni».

L’autostrada non ha cambiato questi rapporti, come diceva. Perché la ferrovia dovrebbe riuscirci e quali settori ne beneficerebbero?

«Nessuno dice che ci riuscirà. È un’occasione importante perché lo spostamento veloce e comodo delle persone moltiplica le opportunità economiche. Parliamo prevalentemente, se non esclusivamente, dei servizi, dove gli spostamenti delle persone contano di più. L’industria, che trasporta merci, utilizza da tempo l’autostrada. Ma le nostre economie sono sempre più economie di servizi».

Nel libro ricordate che l’alta velocità ha talvolta accentuato i divari con altri territori. La Napoli-Bari può penalizzare le aree interne?

«Sicuramente potrebbe. Ma in Puglia non parliamo soltanto di Bari, bensì anche di Foggia, Brindisi e Lecce; in Campania anche di Benevento e Salerno. Non è una linea fra due punti, ma fra due sistemi. Le aree interne campane non sono un vuoto e sono previste due fermate importanti, una completamente nuova. L’effetto può essere diffuso. È però evidente il rischio di tagliare fuori altri territori, Taranto e tutta la Basilicata per esempio. Bisogna ampliare il più possibile il raggio dei benefici».

La ricerca segnala il potenziale del corridoio Salerno-Bari. L’asse potrebbe svilupparsi attraverso altre città?

«Assolutamente sì. Pensiamo a Salerno e Lecce, lontanissime sia psicologicamente sia per costi e possibilità di spostamento. Si aprono opportunità per università, cultura, amministrazioni e terziario avanzato. Per le merci c’è invece un enorme punto interrogativo. Sulle linee italiane ad alta velocità non è mai passato un treno merci, ma questa è stata progettata anche per quello, e per questo si definisce “alta capacità”. La Campania potrebbe accedere al corridoio ferroviario adriatico, più adatto a raggiungere Nord ed Europa; la Puglia avrebbe un’alternativa verso Gioia Tauro. È tutto da costruire. È la prima trasversale ferroviaria di questo tipo dall’Unità d’Italia. Gli effetti nei prossimi anni possono essere molto importanti, se si fanno le cose giuste».

Stanziati 6,2 miliardi, ma senza certezze sui servizi. Che cosa devono decidere governo e Regioni?

«La scelta più importante è nazionale. Molti servizi ferroviari sono pagati dallo Stato attraverso contratti di servizio; l’alta velocità invece opera sul mercato, anche per la concorrenza fra Trenitalia e Italo. Noi pensiamo che i collegamenti veloci nel Sud debbano rientrare nel primo gruppo. Bisogna garantire il servizio, mettendolo a gara fra gli operatori, senza aspettare la domanda. Altrimenti si finisce in un vicolo cieco: non c’è domanda, non ci sono treni e non succede niente. Va invertita la logica. Prima i treni, che creeranno domanda e permetteranno, col tempo, di vendere più biglietti e rendere redditizi i collegamenti».

Insieme Campania e Puglia valgono quanto la Grecia. Possono diventare un motore per l’Italia e cambiare il ruolo del Mezzogiorno?

«Teoria economica ed esperienze dicono che l’integrazione produce sviluppo. Quando Puglia e Campania crescono, trascinano il resto del Paese perché sono economie relativamente incomplete, che comprano beni e servizi altrove. Ma questa linea riguarda soltanto una parte del Mezzogiorno. Non produce effetti su Sicilia e Sardegna, e ne produce pochi su Basilicata e Calabria. Può essere un pezzo di un programma di sviluppo, partendo dai territori più forti, ma bisogna lavorare anche sul resto del Sud».