Il ministero delle Imprese approva un decreto direttoriale che assegna 482,4 milioni di euro di cofinanziamento col programma nazionale Just Transition Fund per coprire la quota italiana della Hydrogen Puglia Valley proposta da Energie Salentine che prevede la realizzazione di due impianti (a Taranto e Brindisi) che produrranno idrogeno verde su larga scala tramite elettrolisi dell’acqua alimentata da energia rinnovabile, destinato a decarbonizzare i settori industriali pesanti. Il decreto destina l’intera somma all’impianto che sorgerà a Taranto.
Il nodo politico: scippo o opportunità?
L’opposizione, con Pd e M5S, parla di uno “scippo” a danno del territorio. La contestazione coglie sotto il profilo del merito strategico: si accusa il governo di concentrare quasi mezzo miliardo di fondi Jtf su un solo grande investimento privato anziché distribuirli in interventi diffusi di diversificazione e bonifica. Per il vicepresidente del M5S Mario Turco, quel progetto era già ammesso alle agevolazioni nazionali e non doveva utilizzare i fondi del Jtf.
Il senatore tarantino ha già presentato un’interrogazione parlamentare sul caso per chiedere al governo se queste risorse europee stiano sostituendo finanziamenti statali precedentemente previsti e che fine abbiano fatto questi ultimi. «Il Just Transition Fund non può diventare il bancomat del governo Meloni per coprire altri impegni finanziari dello Stato. Non siamo contrari all’idrogeno verde, purché siano garantite la tutela ambientale e sanitaria, ma non accetteremo che venga finanziato sacrificando le altre opportunità di sviluppo della provincia ionica», dice Turco.
Per il consigliere comunale Luca Contrario (Pd), «salvare i fondi sulla carta per non restituirli a Bruxelles non equivale ad averli investiti sul tessuto sociale e cittadino. Questa manovra prosciuga la capienza finanziaria originariamente destinata ai bandi per la diversificazione economica reale, il sostegno alle piccole e medie imprese locali, le bonifiche e la creazione di lavoro alternativo alla monocultura dell’acciaio. La transizione ecologica deve portare valore diffuso alla nostra comunità, non diventare una partita di giro tra ministeri per salvare scadenze europee».
Sul fronte opposto, il deputato di FdI Dario Iaia sostiene che non è stato sottratto un euro al territorio, anzi «il meccanismo del cofinanziamento serve a evitare che le risorse europee vengano perse per effetto del disimpegno». Iaia punta il dito contro gli enti locali. «La Regione ha precise responsabilità nella gestione e nell’attuazione delle misure che le sono state delegate. Deve fare la sua parte. Il Comune di Taranto registra fortissimi ritardi nell’attuazione delle operazioni di propria competenza».
Il nodo ex Ilva
Sullo sfondo resta l’interrogativo se l’hub dell’idrogeno servirà alla ipotetica “nuova Ilva” con i forni elettrici che fondono rottami metallici o Dri (preridotto di ferro). Nel secondo caso, prevedendo la costruzione di una o più torri Dri, inizialmente l’impianto usa gas metano. Per il Dri “verde” seve l’idrogeno al posto del gas. Il progetto Puglia valley, tuttavia, pur nascendo con l’obiettivo di fornire idrogeno verde ai settori industriali, richiederebbe enormi quantitativi di idrogeno che il progetto di Energie Salentine non può soddisfare. Inoltre lo stesso progetto del Dri pubblico con i forni elettrici è al momento solo un’idea, uno slogan veicolato da sindacati ed enti locali, mentre nei fatti resta ancora del tutto incerto chi costruirà il Dri, con quali tempi e risorse (ci sono stati continui stop e definanziamenti, compresi i tagli al Pnrr). C’è un ulteriore dato da non trascurare: il green non è a buon mercato. L’idrogeno verde prodotto per elettrolisi tramite rinnovabili è attualmente molto più costoso rispetto al gas naturale o all’energia elettrica dalla rete. C’è insomma il forte rischio che se anche qualcuno, governo o privati o tutti e due insieme, dovessero decidere di investire qualche miliardo per produrre acciaio “green” con idrogeno, risulterebbe fuori-mercato per i costi del materiale.
