Dopo che la Corte di cassazione ha respinto la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, sotto chiave da maggio dell’anno scorso a seguito di un maxi incendio, per fortuna senza conseguenze per i lavoratori, l’associazione Giustizia per Taranto chiede le dimissioni del ministro delle Imprese Adolfo Urso. «Caro ministro – è scritto una missiva – non cerchi responsabilità altrove, si assuma le sue e cerchi, piuttosto, di aiutarci a costruire un futuro diverso per il nostro territorio. Altrimenti si dimetta». Oggi, intanto, al Mimit l’incontro coi sindacati per fare il punto sulla trattativa di vendita che vede fronteggiarsi il fondo Flacks Group e Jindal Steel. Per Urso il sequestro che dura da oltre un anno è «anomalo».
Secondo il ministro, quel sequestro ha rallentato e penalizzato la gestione della fabbrica, causando danni per due miliardi. Il ministro si è detto inoltre preccupato perché i sigilli alla struttura scoraggiano gli investitori. Durante la sua recente visita a Taranto per l’inaugurazione dei nuovi capannoni produttivi di Vestas, il ministro ha rimarcato ancora una volta che nel dossier ex Ilva «c’è chi rema contro», lanciando accuse generiche contro magistratura ed enti locali. «A scoraggiare gli investitori è il disastro compiuto dalla politica, non le conseguenze legali» ribattono dall’associazione Giustizia per Taranto.
La battaglia legale
Entro 30 giorni si conosceranno le motivazioni degli ermellini sul negato dissequestro chiesto dai commissari governativi che guidano Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Prima della cassazione, sulla revoca del sequestro probatorio erano arrivati altri due semafori rossi dalla procura che indaga sul rogo e dal giudice per le indagini preliminari. Anche il Tar si è pronunciato sul caso ad aprile scorso, stabilendo il persistere di una situazione di «rischio grave ed imminente». Per l’azienda, al contrario, il sequestro è illegittimo poiché «contrario ai principi di proporzionalità, adeguatezza e gradualità della misura cautelare».
Sull’intera area a caldo dell’ex Ilva, grava ancora dal lontano 2012 il sequestro stabilito nel corso del procedimento «Ambiente svenduto» sul presunto disastro ambientale causato a Taranto dal siderurgico nel periodo in cui era proprietà della famiglia Riva. Ci sono poi altre regole giudiziarie che rischiano di cadere sul siderurgico. Il tribunale di Milano in primo grado (pende in appello) ha accolto la prima class action italiana a tutela dei tarantini e ordinato la sospensione dell’attività dell’area a caldo a partire dal 24 agosto prossimo per rischi sanitari e ambientali non accettabili. Il verdetto è stato impugnato. Ed anche la Corte Ue a giugno 2024 ha sancito che l’attività deve essere sospesa se i rischi per la salute persistono.
