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Nuova bufera sull’ex-Ilva: cassa per 3mila. Per i sindacati è una richiesta inaccettabile

Nuovo tremendo scossone per i lavoratori dell’acciaieria di Taranto. Dal gestore, Acciaierie d’Italia, ieri è arrivata una nuova richiesta al ministero del Lavoro di cassa integrazione straordinaria per l’intero gruppo ex Ilva. Secondo i vertici dell’industria, l’attuale produzione stimata in sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno (peraltro è il tetto massimo di produzione consentito…
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Nuovo tremendo scossone per i lavoratori dell’acciaieria di Taranto. Dal gestore, Acciaierie d’Italia, ieri è arrivata una nuova richiesta al ministero del Lavoro di cassa integrazione straordinaria per l’intero gruppo ex Ilva. Secondo i vertici dell’industria, l’attuale produzione stimata in sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno (peraltro è il tetto massimo di produzione consentito da un decreto del settembre 2017) «non è sufficiente a garantire l’equilibrio e la sostenibilità finanziaria degli oneri derivanti dall’attuale struttura dei costi».

Insomma c’è uno squilibrio tra costi e ricavi e a farne le spese saranno ancora una volta i lavoratori. Sono tremila quelli interessati dal provvedimento straordinario chiesto dall’azienda per tutto il gruppo ma la maggior parte, ben 2500, interessa lo stabilimento tarantino. Nella richiesta l’azienda indica la necessità di utilizzare la cassa per almeno un anno, fino a fine marzo 2023 e prospetta innovazioni impiantistiche a partire dal 2025 che potrebbero consentire di alzare la produzione a otto milioni di tonnellate di acciaio all’anno, consentendo così di impiegare tutta la forza lavoro.
La produzione del sito tarantino, vero cuore del gruppo, si è attestata su quindicimila tonnellate al giorno a causa della riduzione della produzione di ghisa. Attualmente l’impianto marcia con tre altoforni. Il numero 5, il più grande d’Europa che da solo garantisce il 40 per cento della produzione, è fermo dal 2015 e l’azienda intende ricostruirlo e riavviarlo. L’intera area a caldo dello stabilimento è sotto sequestro dal 2012 perché ritenuta pericolosa per la salute umana. «Nelle more della riorganizzazione, l’andamento del sito tarantino si ripercuote sui siti a valle dello stabilimento» è scritto nel documento di 18 pagine inviato ieri ai sindacati.
L’azienda promette investimenti per due miliardi di euro in cinque anni ma nel frattempo si prospetta un altro anno di lacrime e sangue per i lavoratori con una cassa integrazione che andrà a rotazione per ridurre l’impatto economico sulla forza lavoro. «Non vogliamo essere complici di un progetto che prefigura un disastro ambientale, sociale e industriale. Non firmeremo alcun accordo di cassa integrazione che sarà causa di migliaia di licenziamenti» è la risposta dal segretario nazionale Uilm Rocco Palombella, che ricorda come la richiesta di ammortizzatore sociale arrivi senza aver presentato un piano industriale e dopo «due anni e mezzo di cassa integrazione unilaterale, prima ordinaria e poi Covid, rinnovata ogni tredici settimane per migliaia di lavoratori che sta portando alla lenta e incessante distruzione dell’ex Ilva».
Il leader Uilm chiama in causa anche le istituzioni, affermando che «tutto questo avviene nell’indifferenza del governo, socio tramite Invitalia di Acciaierie d’Italia, e in un contesto di mercato che fa registrare record per la produzione di acciaio. Che fine hanno fatto – incalza Palombella – tutti gli impegni assunti in questi anni dal governo per rilanciare la siderurgia italiana, per gli investimenti legati alla decarbonizzazione e alla produzione dell’acciaio green a Taranto?». E ancora «che fine hanno fatto tutti i progetti di reindustrializzazione che prevedevano migliaia di posti di lavoro nell’area ionica? Esortiamo ancora una volta – conclude il segretario nazionale Uilm – tutti i soggetti coinvolti ad assumersi le proprie responsabilità e a dichiarare apertamente quale destino vogliono assicurare all’ex Ilva e alle migliaia di lavoratori diretti, indiretti e dell’amministrazione straordinaria».

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