C’è preoccupazione tra i liberi professionisti per le sorti di Taranto, travolta dalla crisi del siderurgico. Il rischio di esuberi, cassa integrazione per quasi 9mila addetti solo tra quelli diretti e soprattutto la totale incertezza sul futuro dello stabilimento getta nel panico l’intero tessuto sociale della città. «È peggio di quando scoppiò la pandemia Covid e tante attività dovettero fermarsi all’improvviso, perché all’epoca per le imprese ci furono immediati ristori e agevolazioni, oggi no, al contrario molti dell’indotto temono persino di non riuscire a esigere i crediti maurati» dice Giovanni Prudenzano, presidente del Cupp (Comitato unitario permanente delle professioni).
«La situazione non riguarda solo l’ex Ilva ma investe l’intero sistema dell’indotto, le imprese appaltatrici, la logistica, i trasporti, i servizi e quella vasta rete di piccole e medie imprese che costituisce una componente fondamentale dell’economia ionica. «Molti imprenditori, che considerano i dipendenti come persone di famiglia, ci riferiscono le difficoltà dei lavoratori che non riescono a ottenere finanziamenti di poche centinaia di euro per acquistare una lavatrice o pagare l’assicurazione, perché ormai la busta paga di chi lavora nel siderurgico è carta straccia».
Per Prudenzano, il governo deve «superare una gestione esclusivamente emergenziale della vicenda per avviare un percorso, largamente condiviso e partecipato e individuare e sviluppare rapidamente un nuovo modello di sviluppo economico, senza aspettare che ci venga calato dall’alto come accaduto con l’arsenale prima e poi con l’Italsider». In questo scenario, consulenti del lavoro, commercialisti, ingegneri, architetti, avvocati e tutte le altre professioni sono pronte a fare la loro parte. «Il sistema delle libere professioni – conclude Prudenzano – può e deve assumere un ruolo attivo nella costruzione delle prospettive future di Taranto e dell’intera provincia. Non possiamo permettere che l’incertezza diventi una condizione permanente e che l’assenza di prospettive determini un progressivo impoverimento economico, sociale e professionale della comunità tarantina».
I crediti dell’indotto
Intanto continuano a suonare le sirene dall’allarme delle imprese dell’indotto-appalto siderurgico, lasciate a bocca asciutta dalla crisi finanziaria dello stabilimento, ora fermo. L’associazione Confapi parla di oltre 45 milioni di euro di fatture non pagate. «Gli imprenditori sono allo streno e potrebbero fare ricorso ad azioni legali per vedersi riconoscere dall’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia il pagamento dei crediti maturati per lavori e forniture non ancora saldate anche se scadute», spiega il presidente dell’associazione Fabio Greco, che ha spedito una lettera ai commissari di Acciaierie per sollecitare il saldo delle prestazioni già regolarmente eseguite.
Più prudente l’altra associazione, Aigi, che frena fughe in avanti e parla di interlocuzioni attive con commissari, governo e parlamentari. «Alle imprese serve liquidità in tempi rapidi», dice Aigi, che critica «il ricorso a fughe in avanti verso fantomatiche ed inutili iniziative giudiziarie» Anche la Confindustria locale cerca di gettare acqua sul fuoco. «Non esasperiamo una situazione già difficile e complicata», dice il presidente Salvatore Toma. «Dal governo abbiamo avuto garanzie che le aziende dell’indotto saranno ristorate».
