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Il recupero del «Piano Fitto» per l’ex Ilva. L’allarme della Uil: «Territorio al collasso»

Sul destino dell’ex Ilva riprende quota, nelle ultime ore, l’ipotesi di recuperare lo spirito del cosiddetto «Memorandum Fitto-Arcelor Mittal» del settembre 2023, una strategia che potrebbe rappresentare la via d'uscita per evitare un logorante contenzioso giudiziario con la holding indiana e, contemporaneamente, scongiurare la trasformazione del colosso siderurgico in un’azienda interamente statale. Il testo dell’intesa,…
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Sul destino dell’ex Ilva riprende quota, nelle ultime ore, l’ipotesi di recuperare lo spirito del cosiddetto «Memorandum Fitto-Arcelor Mittal» del settembre 2023, una strategia che potrebbe rappresentare la via d’uscita per evitare un logorante contenzioso giudiziario con la holding indiana e, contemporaneamente, scongiurare la trasformazione del colosso siderurgico in un’azienda interamente statale.

Il testo dell’intesa, secondo le ricostruzioni parlamentari, prevedeva un massiccio intervento finanziario in favore del socio privato, in particolare attraverso i fondi di coesione e quelli del Pnrr, gestiti dall’allora ministro Raffaele Fitto. Come evidenziato in un’interrogazione firmata dai senatori del Pd Francesco Boccia, Antonio Misiani e Andrea Martella, il piano ipotizzava «lo stanziamento di oltre due miliardi di euro derivanti dal Fsc». I parlamentari Dem chiedevano allora se «il memorandum di fatto conferma il cambio netto della posizione del governo in favore di Arcelor Mittal, archiviando l’intenzione del ministero delle Imprese e del Made in Italy di portare Invitalia al 60 per cento del capitale di Acciaierie d’Italia».

La prospettiva

L’obiettivo originario, sostenuto sia dal governo Conte II che dal ministro Adolfo Urso, era quello di coinvolgere una cordata di imprenditori italiani per rilanciare produzione, occupazione e riconversione, riducendo drasticamente il peso del socio privato. Nonostante la spinta di sindacati e lavoratori verso una «statalizzazione» che escludesse Mittal, la realtà dei fatti oggi impone nuove riflessioni. Con il recente decreto «Salva Ilva», che stanzia ulteriori 275 milioni di euro, il governo si trova a gestire una governance ancora ibrida. I dati produttivi, ai minimi storici, e l’alto numero di lavoratori in cassa integrazione rendono la partecipazione pubblico-privata una strada obbligata per condividere oneri e investimenti. La sfida resta quella di bilanciare l’impegno dello Stato con la necessità di un partner industriale solido, cercando di evitare che il «gigante dell’acciaio» diventi un onere esclusivamente a carico delle casse pubbliche.

Fronte lavoro

Intanto, la città jonica si trova in una profonda crisi occupazionale, come sottolinea Gennaro Oliva, coordinatore territoriale della Uil che lancia l’allarme su una crisi occupazionale definita «profonda, strutturale e ormai al limite del collasso sociale». Secondo Oliva, le vertenze industriali aperte raccontano un territorio spinto verso la desertificazione produttiva. “Le aziende decidono, spostano, chiudono e ridimensionano, mentre il territorio resta a guardare, senza strumenti reali di contrasto», denuncia il sindacalista che conclude: «Non abbiamo bisogno di ammortizzatori sociali a vita ma di occupazione vera, stabile e sicura». I dati Inps, rileva la Uil, confermano il quadro: Taranto assorbe quasi il 60 per cento della cassa integrazione straordinaria pugliese. «Un segnale di dipendenza patologica da poche grandi realtà industriali», osserva ancora Oliva, che segnala anche l’aumento di inattivi, precari e l’emarginazione di giovani e donne. Poi un appello diretto alle istituzioni: «Chi governa – sostiene Oliva – non può limitarsi a subire. Senza lavoro non c’è futuro e Taranto è arrivata al limite».

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