Insieme ad Ilva, Michael Flacks vorrebbe comprare anche «British Steel», acciaieria di proprietà della società cinese «Jingye Group». Lo ha annunciato, ieri, il «Financial Times». L’intenzione di Flacks, che è un gruppo finanziario e non industriale, sarebbe quella di unire, poi, le due acciaierie.
«British Steel» si trova in una situazione simile a quella di Ilva: ad aprile il Governo inglese ha approvato una legge d’emergenza per assumerne il controllo, dopo che il suo proprietario cinese, Jingye Steel, ne aveva annunciato la chiusura. L’impianto sembra stesse perdendo 700.000 sterline al giorno, e il Governo inglese è intervenuto con un piano da 235 milioni l’anno per tenere accesi gli altoforni. Ora, però, in Inghilterra come in Italia, servirebbe un intervento miliardario per installare nuovi forni elettrici in sostituzione di quelli a carbone.
Secondo la «Sunday Times Rich List», Flacks ha un patrimonio stimato di circa 1,7 miliardi di sterline. Nel 2019, Flacks tentò di acquistare il rivenditore «Laura Ashley» per 20 milioni di sterline, dopo aver valutato l’acquisizione della catena di discount «Poundworld» l’anno precedente. Entrambe le società finirono in amministrazione controllata.
Flacks ha dichiarato al «Financial Times»: «Non siamo un fondo di private equity, non siamo una società quotata in borsa, non abbiamo azionisti cui rispondere. Siamo qui per una partita a lungo termine».
Stessa identica frase che ha fornito in una intervista la settimana scorsa per Ilva. Ma qui la premier Meloni, la scorsa settimana, dopo aver detto durante la conferenza stampa di inizio anno che «non accetteremo proposte opportunistiche o predatorie», sembra aver dato l’input ad una chiamata alle armi dei produttori di acciaio italiani per intervenire in società con Flacks. Ma nessuno per il momento avrebbe aderito all’appello.
Nel frattempo, è partita ieri la procedura di Via per il rigassificatore onshore a Taranto. Un impianto da 12 miliardi di metri cubi l’anno, con Tap ne arrivano solo 8, di cui 3,5 per l’Ilva. Che l’iter sia partito non vuol dire che sarà autorizzato, ma ricordiamo che il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, aveva fatto capire che «Baku Steel», vincitore della prima gara Ilva, si era poi ritirato per colpa del «no» del Comune di Taranto al rigassificatore.
Nel frattempo, il Consiglio d’Europa ha chiesto conto all’Italia del piano d’azione attuato per verificare la piena esecuzione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha certificato che «il persistente inquinamento causato dalle emissioni dell’Ilva ha messo in pericolo la salute dell’intera popolazione, che vive nell’area a rischio», rilevando inoltre che «le autorità nazionali non hanno preso tutte le misure necessarie per proteggere efficacemente il diritto al rispetto della vita privata dei ricorrenti». Allo Stato ora tocca dare risposta.










