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Decaro e la crisi metalmeccanica in Puglia: «Lo Stato entri in Ilva»

Insomma, Decaro sollecita lo Stato a fare la sua parte, così come sta facendo in altri settori produttivi

Decaro e la crisi metalmeccanica in Puglia: «Lo Stato entri in Ilva»

Approda oggi in Corte di Cassazione, su ricorso presentato da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, la vicenda dell’altoforno 1, l’impianto dell’ex Ilva dove il 7 maggio 2025 è scoppiato un incendio, per fortuna senza feriti, a una delle tubiere esterne, dalle quali transita l’aria ad elevata temperatura, e che è ancora sequestrato dalla Magistratura. L’azienda chiede il dissequestro della struttura.
Intanto, c’è stato un filo d’acciaio che, in nome del futuro dell’ex Ilva, ha unito ieri il capoluogo pugliese e Roma. Il presidente della Regione, Antonio Decaro, ha approfittato della cassa di risonanza del congresso regionale della Uil per mandare un messaggio preciso a Palazzo Chigi e al ministro delle Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, impegnato nella difficile trattativa per la vendita dello stabilimento siderurgico tarantino, la cui sopravvivenza è garantita «dalla presenza dello Stato» nella compagine societaria. Insomma, Decaro sollecita lo Stato a fare la sua parte, così come sta facendo in altri settori produttivi.

«Se lo Stato si occupa di aziende che producono un motore marino che va su una nave da crociera» ha precisato il presidente della Regione in riferimento alle garanzie produttive di Fincantieri e alla controllata Isotta Fraschini, «oppure se Leonardo realizza sistemi digitali per la gestione delle multe, allora credo che per lo Stato sia doveroso occuparsi anche della produzione dell’acciaio, occuparsi dell’Ilva, magari coinvolgendo un privato che ha esperienza nella produzione dell’acciaio», ha evidenziato Decaro.

La prospettiva

Il ragionamento del presidente Decaro è finalizzato a comprendere quanto sia strategica per lo Stato lo stabilimento di Taranto. «Se l’acciaio è un settore strategico, allora è giusto che intervenga lo Stato per prendersi carico di quell’azienda che deve fare la transizione ecologica ed energetica, ma deve continuare a produrre un prodotto fondamentale per i cicli produttivi a valle», ricorda Decaro che conclude ponendo l’accento sulla capacità dello stabilimento di rispondere alle nuove esigenze produttive, dettate dalla transizione ecologica. «Non è più solo un tema ambientale, ma anche legato a norme che ci impediscono di continuare a produrre con il sistema attuale».

Le altre iniziative

E se Decaro manda un chiaro messaggio al Governo, «che non è un nemico ma un alleato che può darci una mano a risolvere quella crisi», da Roma arriva un assist da parte del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervenuto agli Stati industriali della Cultura organizzati dall’associazione degli industriali: «se chiude l’Ilva, se chiudiamo le acciaierie, se chiudiamo le fonderie di alluminio perché stiamo mettendo un’ulteriore tassa europea e siamo costretti a comprare prodotti dalla Cina, noi saremo morti e faremo solo un Paese di Turismo. Io credo che questo non ce lo possiamo permettere». Orsini punta l’indice anche sul tema sociale legato ai livelli occupazionali. «Abbiamo la consapevolezza che non verrà fatto più lo stesso acciaio di prima, ci sarà una parte di gente che purtroppo non avrà lavoro, perché sappiamo che ci sono 12mila famiglie, ma se ne serviranno solo cinquemila, dobbiamo trovare una soluzione insieme alla differenza dei settemila. Questo è un capitolo molto serio che va affrontato in modo che ci sia una collettività che si prenda a carico tutti i pezzi». E, intanto, Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, rintuzza Orsini sulla capacità degli industriali a gestire la fabbrica ma con i soldi dello Stato: «L’Ilva diamola ai lavoratori, la gestiscano lo